Antonelli: «La letteratura europea è antidoto alle derive del presente»

Definire un canone letterario d’Europa per istituire un nuovo paradigma educativo, che aiuti a plasmare le generazioni future e ad arginare le derive di un’attualità segnata da violenze, conflittualità e menzogne. Il professor Roberto Antonelli, filologo e presidente dell’Accademia dei Lincei, sarà ospite giovedì alle 18 nella Sala della Gloria dell’Università Cattolica di Brescia (via Trieste 17). Aprirà il ciclo di incontri promosso dalla Cooperativa Cattolico-Democratica di Cultura e intitolato, appunto, «Un canone letterario per l’Europa» a partire dalla sua ricerca su un comune denominatore letterario europeo.
Professor Antonelli, da dove nasce l’esigenza di questa sua ricerca?
È imprescindibile partire dalla constatazione che, fatta l’Europa dell’unione monetaria a Maastricht, sul piano culturale non sono state intraprese analoghe iniziative che portassero ad un percorso di formazione dell’identità europea. La letteratura, nella storia italiana, ha avuto un ruolo fondamentale. Dopo l’Unità, ha contribuito all’unificazione culturale di un Paese composto da Stati accomunati da una lingua scritta ma non parlata. Un siciliano non comprendeva un lombardo, e viceversa. Fu attraverso la scuola e un grande impegno educativo che si fecero realmente gli italiani.
Un processo simile è replicabile in Europa?
Naturalmente no, poiché vi convivono 27 Paesi con lingue molto diverse tra loro. Tuttavia, come osservò Umberto Eco, in assenza di una lingua comune si possono stimolare gli europei a leggere a tradurre gli autori degli altri Paesi. Siamo andati a verificarlo con una ricerca che ha coinvolto miglia di studenti e centinaia di professori.

Nell’attuale contesto geopolitico, la letteratura può contribuire alla formazione di una cittadinanza europea?
Gli eventi catastrofici e violenti che si stanno verificando negli ultimi anni e mesi, anche in Paesi storicamente legati alla tradizione della nostra civiltà, come gli Stati Uniti, dimostrano quanto oggi sia importante riaffermare i valori che sono stati propri dell’Europa. Ciò non significa che io sia cieco rispetto ai disvalori che l’Europa ha prodotto, come il razzismo, la Shoah e le guerre. Però con la nascita dell’Unione europea i valori positivi sono stati posti a fondamento del presente e futuro. In un mondo in cui si stanno perdendo i principi fondamentali della civiltà, sia sul piano individuale che collettivo, è proprio a partire dai valori condivisi che si possono formare le nuove generazioni.
In un mondo globalizzato, interculturale e iperconnesso ha senso la prospettiva di una «letteratura europea»?
L’Europa è segnata a livello stratigrafico dalla sua storia e questo si riflette anche nella sua letteratura. La letteratura europea significa anche questo: avere un senso storico della vita e del rapporto con gli altri. Un senso che, per motivi evidenti, negli Stati Uniti manca o è meno radicato. La civiltà americana, per molti aspetti straordinaria, si è sviluppata fondandosi sul presente e sul futuro. Solo negli ultimi anni si è iniziato a comprendere anche l’importanza della stratificazione storica e culturale. Certi classici statunitensi, come Il giovane Holden o Moby Dick, non avrebbero potuto essere scritti da autori europei. Si tratta di testi con un’impronta profondamente americana.
Perché sarebbe importante introdurre un corso di Letteratura europea nelle scuole?
Un’azione di questo tipo sarebbe necessaria, anche se da sola non risolverebbe tutto. In passato c’è stato un ministro favorevole all’idea di proporre un’iniziativa italiana in questa direzione. Ho fatto un tentativo anche con Valditara, ma al momento non ci sono stati riscontri. Al contempo va riconosciuto che oggi un canone europeo non può prescindere dal confronto con il canone globale.
Qual è il punto cruciale?
Per confrontarsi in modo autentico con la letteratura degli altri è fondamentale prima sapere chi si è, quali sono le proprie radici e quali valori si condividono. Proprio su questo tema è in corso una nuova ricerca, che culminerà in un convegno nel 2026 all’Accademia, dedicato ai valori europei espressi nella letteratura del continente.
Esiste un tema di traduzione dei testi? Come ovviare al rischio di perdere il valore dell’originale?
Anche di fronte al filosofo Galvano della Volpe, che andava di moda quando ero studente e sosteneva la traducibilità di tutti i testi, ho sempre sostenuto l’intraducibilità della poesia. A differenza del linguaggio comune, che ha una funzione prevalentemente comunicativa, la poesia pone l’attenzione sulla lingua in quanto tale. In essa giocano un ruolo centrale elementi come musicalità, tono e ritmo, che variano in modo specifico da una lingua all’altra. Trasporre questi aspetti è estremamente difficile. La traduzione può portare sia a perdite sia ad acquisizioni.
Può essere d’aiuto la lezione degli antichi.
Se consideriamo i tre livelli fondamentali su cui i Greci e i Latini fondavano il discorso linguistico – inventio (contenuto, trama), dispositio (struttura, ordine delle parole) ed elocutio (modalità espressiva) – nel romanzo, genere d’eccellenza della contemporaneità, due di questi livelli risultano generalmente traducibili: l’invenzione e la disposizione. Più problematico è il livello dell’elocutio, soprattutto nella poesia, che concentra nel minor spazio possibile il maggior numero di informazioni. A livello linguistico, questo genera ambiguità, polisemia e un uso intenzionale delle sfumature. E mentre nel linguaggio comune l’obiettivo è la chiarezza immediata, in poesia è vero esattamente il contrario: l’efficacia si gioca proprio sulla ricchezza di significato. Per questa ragione la poesia è il genere meno traducibile. Una traduzione con testo originale a fronte potrebbe essere una delle caratteristiche utili in un eventuale corso di letteratura europea.
Quanto l’educazione contribuisce al buono stato di salute di una società?
Uno dei principali problemi oggi è proprio quell’educazione. Saper comprendere il pensiero degli altri ed esprimere il proprio, per favorire il confronto e non il conflitto. Con l’avvento dei social e l’espansione dei mezzi di comunicazione, l’educazione viene percepita come faticosa. Eppure leggere è un’attività profonda, che coinvolge processi cognitivi complessi di cui spesso non ci rendiamo conto: si decifrano simboli che formano parole, che hanno un significante e un significato; il cervello registra, elabora e restituisce. In molti casi, si torna al testo per completare il processo di comprensione.
Quando invece si guarda un film o la televisione?
Tutto questo non accade: lì l’impatto è immediato, viscerale. Ciò costituisce la grandezza del cinema, ma anche il potenziale pericolo dei media nel mondo contemporaneo, dove risulta molto più difficile la ricerca della verità.
Un esempio concreto?
I fatti di Minneapolis. Mi ha colpito profondamente il rovesciamento della verità operato dal presidente Trump, che ha fornito una versione diversa da quella poi confermata dai media: due omicidi brutali a sangue freddo. Ebbene, il presidente della più grande potenza del mondo ha alterato i fatti, salvo smentirsi implicitamente cambiando i vertici dell’Ice, ma non purtroppo le sue politiche. In questi casi la formazione culturale, e in particolare quella letteraria, fa la differenza. La popolarità di Trump, dopo quell’episodio, è crollata nei Paesi dell’Unione europea in misura persino superiore a quanto accaduto negli Usa.

Perché questo accade?
Perché la nostra storia e la nostra formazione letteraria ci portano a valutare questi fatti in modo diverso, in contrasto con una cultura che considera l’individualismo come un valore assoluto. In Europa, il termine «individualismo» ha spesso una connotazione negativa: indica un rapporto non sano fra l’individuo e gli altri individui. Al contrario, negli Stati Uniti è un concetto positivo, legato all’idea che ciascuno sia pienamente responsabile delle proprie azioni, indipendentemente dalla propria storia o condizione sociale. Questa visione affonda le radici in una mentalità e in una religiosità di tipo protestante, che ha sviluppato un rapporto con la collettività diverso.
Come si pone a livello educativo l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale? Propulsore o deterrente?
L’innovazione tecnologica non è arrestabile. Il problema, con l’intelligenza artificiale, è simile a quello delle armi: in teoria sarebbe meglio che non esistessero, ma nella storia dell’uomo, fin dall’uso di arco e frecce, le armi hanno rappresentato uno strumento di sopravvivenza. Con il tempo, però, l’essere umano è diventato la specie più omicida del pianeta.
Quali pro e quali contro allora?
L’intelligenza artificiale offre possibilità straordinarie per la scienza e il progresso, ma rappresenta al tempo stesso un pericolo estremo per la formazione delle coscienze. Nei regimi autoritari, i contenuti con cui l’AI viene alimentata provengono dall’alto, dal potere politico, e le risposte che fornisce riflettono quella visione imposta. Ma nei paesi occidentali si presenta una situazione analoga: l’intelligenza artificiale è gestita da tre o quattro grandi gruppi capaci di raccogliere e conservare enormi quantità di dati, spesso in modo non trasparente, attingendo a tutto ciò che gli utenti scrivono o fanno sul web. Le risposte fornite da questi sistemi riflettono ciò che hanno assimilato, comprese purtroppo le fake news.
Un pericolo reale, che ci riguarda da vicino.
Può diventare particolarmente pericoloso quando tocca fatti capaci di colpire l’immaginario collettivo. Un esempio è l’uso di immagini manipolate, come accaduto nella recente campagna elettorale statunitense, dove una foto falsa ha screditato un candidato, lasciando un segno duraturo nella memoria pubblica, nonostante la successivamente smentita.
Una lezione non nuova...
Sì. Il primo a intuire la potenza della propaganda fu Joseph Goebbels, ministro della propaganda del regime nazista, che diceva: «Calunniate, calunniate, qualcosa resterà». Se oggi la calunnia può essere gestita e diffusa da poche entità su tutto il pianeta, ci troviamo di fronte a un mondo estremamente pericoloso.
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