Lo intercettiamo mentre si destreggia nel traffico di una tarda mattinata a Lawrence, nello Stato del Kansas, diretto all’Università dove insegna ed è direttore degli Italian Studies. Il professor Patrizio Ceccagnoli, il più longevo traduttore di Anne Carson, è l’esegeta di quella lingua rivoluzionaria e intensa che ha regalato il Nobel alla poetessa.
Professor Ceccagnoli, è contento?
Molto. Questa vittoria è un invito a leggere più Carson e, in generale, più poesia. Parliamo di una scrittrice ormai verso la fine della sua carriera, che riceve oggi questo ambìto e giustissimo riconoscimento. In America è un’autrice di culto fin dagli anni Novanta; io stesso ho studiato alla Columbia University in un ambiente in cui la sua poesia era già fortemente recepita a partire dagli anni Duemila, se non prima. Anne Carson è una scrittrice incredibilmente influente e ora è arrivato anche il Nobel. È un traguardo importante per noi anche perché Carson ha un legame profondo con l’Italia. È un’amante del nostro Paese, del cinema di Antonioni e di Monica Vitti. Cita Leopardi, conosce la nostra poesia, in parte parla e legge l’italiano, e molte delle sue prime opere sono ambientate qui.
Quanto è stato complicato tradurla, considerando la sua lingua così densa e stratificata?
È stato un lavoro estremamente complesso perché Carson è un’autrice non banale. La sua scrittura non è lineare, è ricca di scarti rispetto all’ordinario. Va interpretata, ma senza la pretesa di voler sciogliere a tutti i costi ogni suo nodo: non si può semplicemente trascriverla o semplificarla. Il suo linguaggio si basa proprio sullo scarto rispetto alla lingua comune, risultando spigolosa e difficile. Finora sono usciti otto libri in Italia grazie a questo tentativo di traduzione, e a breve ne usciranno altri due.
A proposito di nuove uscite, Carson continua a essere incredibilmente attiva nonostante la malattia...
Lei stessa ha annunciato un nuovo libro per l’anno prossimo. Di recente ha condiviso pubblicamente la notizia della sua malattia: è affetta dal morbo di Parkinson e pratica il neuroboxing per ridurre gli effetti della degenerazione cerebrale. È un’autrice dotata di grandissima ironia, capace di giocare con se stessa anche in questa veste.
Come mai, secondo lei, la ricezione di Anne Carson in Italia è stata così tarda?
È un dato di fatto che la poesia contemporanea fatichi a trovare spazio. È difficile trovare editori disposti a investire su testi così complessi, anche se ora che ha vinto il Nobel saliranno tutti sul carro dei vincitori. E poi Carson è una scrittrice difficile. Ma sono felice che trovi finalmente visibilità in Italia. Come dicevo, dà molto spazio al nostro Paese: penso a due dei suoi poemi narrativi. «Canicula di Anna» è ambientato a Perugia; «La caduta di Roma» spazia fra Roma e Orvieto, con gli affreschi di Luca Signorelli. L’Italia avrebbe potuto accoglierla molto prima, ma una sperimentatrice radicale come lei è stata probabilmente percepita come troppo postmoderna.
Se dovesse consigliare a un lettore che non la conosce un'opera da cui partire, quale sceglierebbe?
Senza dubbio «Il saggio di vetro» dalla raccolta «Vetro, Ironia e Dio». Parla di una storia d’amore finita, della visita ai genitori malati, dell’elaborazione del lutto, del dolore e del desiderio, arrivando fino a Emily Brontë.




