«Otto Rose» la mostra per ricordare la strage di piazza Loggia

Ha raccolto le briciole della colonna scagliate in ogni angolo della piazza dall’esplosione. Le ha composte. Ha riempito il vuoto che, alle 10 e 12 di quel martedì mattina di 52 anni fa, si è fatto voragine e ferita. Non ha né ricucito, né ristrutturato, né restaurato. Mauro Campagnaro, 48enne archeoartista di Bassano del Grappa, ha fatto di più. Ha appoggiato un macigno sulle coscienze di chi ha voluto, di chi ha coperto, di chi ancora nega e depista, ma anche di chi è accarezzato dalla tentazione dell’oblio. Ha pensato e realizzato un calco in marmo di Botticino, che riproduce in maniera fedelissima la parte mancante della colonna esplosa insieme alla bomba che il 28 maggio del 1974 uccise indiscriminatamente. Ha dato una forma e una sostanza a quello che lui definisce «indicibile», perché parli di allora, interroghi oggi e lo faccia domani. Oggi la sua idea è materia. Il suo calco in negativo, ma non solo quello, è esposto fino all’8 marzo a Carme, in via delle Battaglie. Domani chissà.
Quando ha deciso di occuparsi della strage di piazza della Loggia?
Nella primavera del 2024. Ero a Brescia, ospite di Valeria Magnoli (presidente di Carme), che mi aveva proposto di esporre le mie opere. Otto Rose all’epoca non era nemmeno un’idea. Ricordo che ero al bar, davanti ad un cappuccino e al Giornale di Brescia. Il caso vuole che stessi leggendo proprio un suo articolo. Scriveva di Marco Toffaloni (il neofascista veronese, 16enne all’epoca dei fatti, condannato in primo grado a 30 anni per la fase esecutiva della strage, ndr) e della circostanza che il governo svizzero non lo avrebbe consegnato alla giustizia italiana. Ho pensato: ci risiamo. Un’altra vicenda indicibile, una di quelle davanti alle quali arte e cultura devono interrogarsi e interrogare.
Per farlo lei ha dato forma ad un vuoto, lo ha riempito ricostruendo quel pezzo di colonna che la bomba del 28 maggio si portò via insieme al futuro di otto persone. Come è nata l’idea?
Da anni interrogo ciò che resta della distruzione. L’ho fatto nella mia terra, sui monti nei pressi di Bassano del Grappa, dove la Grande Guerra ha aperto ferite profondissime e dove la sua memoria è ancora un tessuto vivo, fatto di tracce, di frammenti, di materia che sono andato a cercare, che ho catalogato, e impresso nelle mie opere. Il mio è un lavoro archeologico. Cerco frammenti. L’ho fatto anche in piazza Loggia. Qui ho trovato il frammento da interrogare nel vuoto lasciato dalla bomba sulla colonna. Ho pensato che, per interrogarla, perché tutti potessero farlo, perché fosse lei stessa ad interrogare, quell’assenza andava ricostruita.
Come siete riusciti a dare forma all’assenza?
Grazie agli esperti Tracciatori e al Consorzio marmisti bresciani. La tecnologia ha consentito un rilievo tridimensionale della parte mancante e permesso di lavorare un pezzo di marmo che combacia alla perfezione con la colonna sbrecciata. Non è solo tecnica. In tutti c’è stato il desiderio di lasciare il segno.
Le Otto Rose che danno il nome all’esposizione sono nel drappo appeso al centro della sala. Cosa simboleggiano?
Le ho ricamate personalmente a mano (Campagnaro ha seguito un corso di ricamo per realizzarle, ndr) su un vecchio lenzuolo di lino della nonna, che ho tinto di nero. Sono a testa in giù, stanno cadendo. Rappresentano le otto vittime della strage di piazza della Loggia. L’ispirazione mi è venuta da un racconto che mi ha fatto Manlio Milani. Una storia che mi ha molto colpito. Subito dopo la strage un signore di Parma andò nel suo giardino, tagliò sei rose dalla sua pianta, montò in sella alla sua bici e partì per Brescia, per venire ai funerali delle prime sei vittime (diventarono otto alcuni giorni dopo lo scoppio, ndr). Ho immaginato questa persona in bici, di notte, attraverso la Pianura Padana, con le sue sei rose. Ho voluto fare come lui. Se il calco è un omaggio alla città, il drappo è il mio omaggio alle vittime. Diciamo che è la mia pedalata verso Brescia.
Che futuro si immagina per Otto Rose?
Spero che possano svolgere il compito per il quale le ho pensate. Che è quello di fare memoria. Per me l’arte deve essere strumento per indagare l’indicibile e quindi per arginarlo. Per questa ragione mi piacerebbe che il calco negativo della colonna possa un giorno essere sotto gli occhi di tutti, nelle piazze della città.
Magari proprio al centro di piazza della Loggia, dove quei frammenti di vita e di marmo furono scagliati dalla bomba e dove, un minuto dopo l’esplosione, la città si è data subito appuntamento ed è ripartita alla ricerca delle ragioni, dei cognomi, delle coperture. Spinta dal desiderio di dare una forma al vuoto.
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