Niro: «L’uomo preistorico conosceva e sapeva rispettare la natura»

«L’uomo che resta», thriller archeologico dello scrittore, si muove tra Paleolitico, presente e un futuro distopico
Claudio Cambedda
Marco Niro con il suo ultimo libro
Marco Niro con il suo ultimo libro

Un vinile 45 giri ed altri quattro oggetti misteriosi. Campeggiano sulla copertina de «L’uomo che resta» (Les Flâneurs Edizioni, 322 pp., 19 euro), opera seconda di Marco Niro, giornalista, scrittore, già fondatore del collettivo di scrittura Tersite Rossi.

Il libro

Il romanzo, che verrà presentato al pubblico il 31 luglio a Desenzano (alle 21 alla biblioteca comunale di via Agello 5), tratta il tema del cambiamento climatico, attraversando con la trama epoche diverse, dal paleolitico ai nostri giorni fino ad un immaginario futuro, percorrendo 20mila anni di storia dell’umanità. I protagonisti, inclusi alcuni archeologi, ci accompagnano in un emozionante viaggio avventuroso nel tempo e nella natura “alla ricerca dell’uomo”. Abbiamo intervistato l’autore.

Marco Niro, come definirebbe la sua opera?

«È un romanzo poco classificabile, per usare una categoria usata dal collettivo di scrittura per eccellenza in Italia, Wu Ming. Può descriversi come un “oggetto narrativo non identificato”, forse un romanzo d’avventura di taglio epico».

Il libro viene presentato in modo affascinante, con l’indicazione misteriosa di oggetti speciali. L’idea di «suspence» è confermata nel contenuto?

«Il romanzo è in stile «mistery», la tensione innerva le trecento le pagine del libro. I protagonisti della parte ambientata nel presente sono due archeologi. L’archeologia è la professione che indaga il mistero del passato, lo scavo consente di trovare indizi e formare un puzzle con i reperti. Il romanzo ruota intorno ai reperti, che nonostante siano datati oltre 20mila anni consentono la loro correlazione simbolica e materiale».

L’abbinamento storia/fantasia si addice al romanzo?

«Sì, si parte sempre da dati di realtà, documentazione storica e attuale. In calce al romanzo riporto una bibliografia con i testi di saggistica, le inchieste giornalistiche e altro che forniscono la base documentale del testo. Il risultato è comunque pervaso dalla creatività».

Il messaggio sull’ambiente in quale rapporto è con la trama del racconto?

«È la linea (verde) continua, il rapporto critico uomo/natura, con i limiti che la seconda impone al primo. È la narrazione del cambiamento climatico per il quale, come ha sottolineato lo scrittore, giornalista e antropologo indiano Amitav Ghosh, nonostante sia un tema di primaria importanza sorretto da dati inequivocabili, non c’è comprensione né adeguata azione riparativa. Vi è difficoltà a rispettare e coltivare i limiti imposti dalla natura, che invece l’uomo preistorico aveva presente. Nel periodo moderno la lettura antropocentrica del mondo, che considera la natura come forziere inesauribile, e l’uomo autorizzato a saccheggiarla superandone i limiti, ignora il cambiamento climatico o propone soluzioni tecnologiche inadatte (l’ingegneria climatica, l’intelligenza artificiale). La fisica insegna: non si può crescere all’infinito in un mondo finito. La cultura del mondo orientale e la filosofia hanno sempre fornito indicazioni e suggerimenti sul rispetto della natura come mezzo per cambiare mentalità ed offrire una soluzione culturale che salvi le fonti della vita».

Il suo amore per la scrittura per ragazzi si trova anche in questo romanzo?

«Sì, il romanzo non nasce per i ragazzi, però il linguaggio è reso il più possibile accessibile e la dimensione avventurosa e di mistero che lo caratterizza si addicono al pubblico adolescente».

Perché dovremmo leggerlo?

«Per tre motivi: provare a vivere un’avventura che ricalca la storia della nostra specie, approfondire il rapporto con la natura adottando il punto di vista di tanti personaggi in varie epoche, scoprire cosa in fondo ci rende veramente umani e ci distingue come specie».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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