La prima frase riportata sulla quarta di copertina è rappresentativa. «Poche correnti del marxismo novecentesco hanno segnato in profondità la cultura politica e intellettuale della sinistra italiana quanto l’operaismo, nato nei primi anni Sessanta attorno alla rivista "Quaderni rossi"». Basterebbe questo incipit per ridare l’importanza Nietzsche a Mirafiori. Per una storia critica dell’operaismo italiano (Scholé, 560 pp., 38 euro), l’ultimo saggio del filosofo e politologo Damiano Palano. Marx e Nietzsche, la fabbrica e il conflitto, la rottura con lo storicismo gramsciano. Sono alcuni dei temi al centro del volume, che ricostruisce una vicenda intellettuale e politica fondamentale nella storia italiana. Un’esperienza nata ai margini dei grandi partiti e alimentata dal dibattito sulle riviste.
In vista della presentazione del libro – domani alle 18, alla Nuova libreria Rinascita a Brescia –, abbiamo scambiato alcune battute con l’autore.

Professore, partiamo dal titolo del suo libro. Di certo non passa inosservato.
Quello che intendo sottolineare è che l’operaismo degli anni Sessanta rappresentò, dal punto di vista teorico e in parte anche delle istanze politiche, una rottura con la tradizione progressista e storicista nella quale si collocava il marxismo italiano. Una tradizione che, soprattutto nell’interpretazione di Togliatti ma anche in quella dello stesso Gramsci, attribuiva alle classi subalterne, e in particolare al Partito comunista, il compito di portare a compimento il Risorgimento e quel processo di modernizzazione che la classe politica liberale non era stata in grado di realizzare. Il richiamo a Nietzsche esprime invece una critica alla visione lineare del progresso e un’accentuazione della dimensione conflittuale, intesa quasi come insolubile: un conflitto destinato a continuare a caratterizzare la modernità, senza poter trovare un compimento definitivo.
Alle origini dell’operaismo c’è il tentativo di applicare la critica marxiana dell’economia politica alla realtà italiana. Ma lei spiega che con Nietzsche sembra compiersi un passo ulteriore. Lo stesso Mario Tronti ne riconoscerà l’importanza per la propria formazione.
Si tratta di una coniugazione tra Marx e Nietzsche che, per quei tempi, era certamente eretica. Non a caso Tronti dichiarerà soltanto molto tardi che Nietzsche era sempre stato una delle sue fonti. Negli anni Settanta Nietzsche comincia a essere sdoganato, mentre negli anni Sessanta era ancora considerato un pensatore di destra. Quello che Tronti fa, soprattutto, è recuperare il Marx economista, il critico dell’economia politica, che allora in Italia era sostanzialmente sconosciuto. Fino a quel momento, da Croce, Labriola e Gentile, era stato valorizzato soprattutto il Marx filosofo della storia, tutto sommato erede di Hegel. Tronti, ma anche Raniero Panzieri, tornano invece agli scritti economici di Marx per mettere in discussione, innanzitutto, la presunta neutralità della tecnologia e dello sviluppo tecnologico. La tradizione marxista aveva considerato la tecnologia come qualcosa di neutrale, prodotto dallo sviluppo capitalistico ma destinato, un giorno, a essere appropriato dalla classe operaia per trasformare la società. Panzieri e Tronti hanno una visione molto più radicale, perché ritengono che la tecnologia non sia affatto neutrale. E trovano il fondamento di questa critica proprio negli scritti economici di Marx, in particolare nel primo libro del Capitale. Per la prima volta, dunque, vengono utilizzate sistematicamente le categorie del Capitale per analizzare il funzionamento della grande industria. C’è poi un secondo elemento, che Marx non aveva considerato: l’idea che la pianificazione non coincida necessariamente con il socialismo. La programmazione dello sviluppo capitalistico, di cui si discuteva negli anni Sessanta, poteva essere funzionale a uno sviluppo ordinato del capitalismo, senza avere nulla a che vedere con una trasformazione della società.
Nel libro parla anche di una rottura con lo storicismo di Gramsci. Cosa intende?
Il rapporto dell’operaismo con Gramsci è piuttosto complicato, perché Gramsci rimane comunque un’autorità nella cultura italiana. Tuttavia, l’operaismo degli anni Sessanta lo considera un esponente del progressismo italiano e anche di quello che Asor Rosa definiva il populismo italiano. In questa prospettiva, la storia veniva interpretata in termini sostanzialmente lineari, così come lo sviluppo progressivo della società. La classe operaia era vista come l’erede delle classi dirigenti liberali, il soggetto destinato a realizzare uno sviluppo razionale. Ma esisteva anche una componente più strettamente politica della critica a Gramsci, che riguardava soprattutto la lettura proposta da Togliatti. Secondo questa interpretazione, il compito del Partito comunista e delle forze socialiste era aggregare tutti i ceti popolari: non soltanto la classe operaia, ma anche le masse contadine e soprattutto il ceto medio. Tutti avrebbero dovuto essere coinvolti in una trasformazione della società italiana capace di realizzare quella modernizzazione che gli industriali italiani, monopolisti e parassitari, non erano stati in grado di compiere.

Nel suo lavoro tornano alcune domande fondamentali sulle origini e sullo sviluppo dell’operaismo. Sono interrogativi che ancora oggi faticano a trovare risposta?
Nel frattempo ne sono emersi molti altri. L’operaismo aveva anche dei limiti importanti. Per esempio, non prendeva minimamente in considerazione il rapporto tra sviluppo industriale e ambiente, e non è una questione da poco. Sottovalutava completamente anche i rapporti tra uomini e donne. Negli scritti di Tronti, nei suoi libri e nei suoi articoli, la parola «donna» compare molto raramente. Le questioni aperte, dunque, sono numerose. Ma probabilmente ciò che è venuto meno, rispetto a quegli anni, è soprattutto la possibilità, la capacità di rappresentare le istanze di un mondo del lavoro sempre più frammentato. Questa è la grande differenza rispetto ad allora.
Quaderni rossi, Classe operaia, Quaderni piacentini. Qual è stato il ruolo delle riviste?
Direi che negli anni Sessanta l’operaismo fu in gran parte un fenomeno che coinvolse giovani élite intellettuali e che si sviluppò quasi esclusivamente attraverso le riviste. Era un dibattito che avveniva al di fuori dei grandi partiti. Naturalmente dobbiamo considerare il contesto: non esistevano gli strumenti di comunicazione di oggi e la rivista rappresentava un mezzo capace di circolare e, in qualche modo, anche di unificare culturalmente l’Italia. Pensiamo, per esempio, a Giovane critica, diretta da Giampiero Mughini: metteva insieme cinema e politica, veniva realizzata a Catania ma aveva una diffusione nazionale. È un contesto che oggi risulta difficile ricostruire, anche perché si trattava di esperienze largamente minoritarie. Eppure, proprio quelle riviste contribuirono a creare un modo di interpretare la realtà molto diverso da quello dei partiti ufficiali. Prepararono il Sessantotto e formarono una generazione intellettuale che sarebbe andata ben oltre quella stagione. Molti di quegli intellettuali si sarebbero poi allontanati dal marxismo e dalle posizioni originarie, ma alcune delle figure che hanno segnato gli ultimi decenni del Novecento si sono formate proprio in quel contesto.
Il Sessantotto studentesco fu seguito, in Italia, dal Sessantanove operaio. Quanto fu importante l’incontro tra studenti e operai per lo sviluppo dell’operaismo?
L’operaismo vero e proprio ebbe inizialmente qualche difficoltà a rapportarsi con il movimento studentesco. Dopo una gestazione piuttosto complicata, però, le due esperienze finirono per intrecciarsi molto più strettamente. A quel punto esistevano diverse varianti dell’operaismo, ma certamente la visione operaista fu una delle poche capaci di durare e di superare la fiammata del Sessantotto studentesco. La componente che si rifaceva a Marcuse scomparve praticamente subito, così come l’infatuazione per Mao ebbe una durata relativamente breve. Un certo modo di guardare ai rapporti tra società e politica deve quindi molto di più all’operaismo che a queste altre componenti.
Un paragrafo del libro ha un titolo particolarmente evocativo: «Le esperienze, una volta fatte, bisogna saperle abbandonare». È una frase che può riassumere l’intera vicenda dell’operaismo?
Penso che sia una frase che ne coglie un aspetto fondamentale. Una delle convinzioni di molti operaisti era che non ci si dovesse adattare a una tradizione e che non si dovessero conservare le organizzazioni soltanto per amore della continuità. Per questo, fino a un certo punto, l’operaismo fu caratterizzato da una continua discussione delle ipotesi iniziali e dalla costante consapevolezza della necessità di compiere un passo avanti. Naturalmente, qualche volta si spinse anche decisamente oltre, guardando forse troppo alle tendenze lontane anziché a quelle più vicine. Ma l’idea che le esperienze, una volta compiute, dovessero essere abbandonate esprime proprio questa convinzione: la ricerca teorica e la pratica politica non dovevano irrigidirsi in un dogmatismo. Era necessario continuare a rimettere in discussione tanto il pensiero quanto le modalità operative.




