Perché quest’anno non c’è un vero tormentone estivo

Andrea Amati, autore bresciano e proprietario del Pocket Studio: «La gente si è stancata, le canzoni si somigliano tutte. E spesso manca un contenuto»
Luca Chiarini

Luca Chiarini

Giornalista

Un frame del video di Cuoricini, ultimo tormentone dei Coma_Cose
Un frame del video di Cuoricini, ultimo tormentone dei Coma_Cose

Qualcosa si è inceppato in quell’infallibile macchina che da decenni sforna almeno un tormentone a estate. Chi sta vincendo la corsa agli ascolti, questa volta? La risposta è: nessuno. Quantomeno non in maniera netta. «Forse svetta leggermente Alfa». Che però ha scelto una comfort zone assoluta: «Prendi una canzone che tutti conoscono (“A me mi piace” recupera “Me gustas tu” di Manu Chao, ndr), ci canti sopra due barre inedite… Sicuri che si possa definire un pezzo nuovo?». Andrea Amati conosce questo mondo come le proprie tasche: per anni è stato autore per Nek, Alessandra Amoroso, Francesco Renga, Emma Marrone (tra gli altri). Oggi dirige il Pocket Studio a Brescia.

La ripetitività dei suoni

È a lui che rivolgiamo la domanda delle domande: perché quel modello, così a lungo inossidabile, sta cominciando a scricchiolare? «La gente si è stancata». Sì, ma di cosa esattamente? «Credo che anche il fruitore medio, quello che non ha una sensibilità musicale particolarmente spiccata, sia giunto alla conclusione che tutto abbia lo stesso sottofondo».

Un tempo, spiega Amati, coesistevano due filoni: «C’era la varietà di Sanremo, tra brani cantautorali, melodici e ballad, e la necessità di allegria e spensieratezza del periodo estivo». Poi qualcosa è cambiato: quei due mondi sono confluiti in un unico calderone. «Ora, se ci pensa, tutto è un tormentone». Basta seguire uno schema fin troppo ben oliato: brani leggeri, non oltre i tre minuti. Possibilmente con un ritornello da sfoderare entro i primi trenta secondi. E così le canzoni finiscono per «somigliarsi tutte».

Il contenuto

La produzione in serie assembla gusci vuoti. Quello che manca, secondo Amati, è il contenuto: «Faccio un esempio. Il tormentone più rappresentativo, per me, è “Mare mare” di Luca Carboni. Un brano che ti culla con la sua malinconia, che racconta una storia. Con questi elementi, Carboni lo diede comunque in pasto all’estate. Non è automatico che un pezzo orecchiabile e spensierato, con parole vuote di significato, risponda alla formula giusta. Anche la musica di qualità fatta in ottica estiva, nel tempo, può funzionare e durare».

Gli autori

Il tema del senso di déjà-vu che si ripete identico, in un circolo vizioso ininterrotto, si collega a una delle tante polemiche dell’ultimo Sanremo: il monopolio di pochi autori sulle canzoni più ascoltate in radio e sulle piattaforme di streaming. «Ma è così da molto tempo, fa sorridere che ce se ne dimentichi a ogni edizione – osserva Amati –. Negli anni Ottanta c’era Mogol, è vero, ma metà del cast veniva dal nulla e ce la faceva comunque. Oggi no, i brani di tutti i concorrenti vengono scritti dai soliti noti. Un tormentone di Sarah Toscano lo potrebbe cantare tranquillamente Annalisa, o Elodie. C’è un’assenza totale di personalizzazione».

Sarah Toscano, cantante 19enne - Foto New Reporter Papetti © www.giornaledibrescia.it
Sarah Toscano, cantante 19enne - Foto New Reporter Papetti © www.giornaledibrescia.it

I social

In questo quadro spadroneggiano i social. Che fissano i trend, sgretolano la soglia d’attenzione. Per un’intera generazione hanno già soppiantato completamente televisione e radio: «L’altro giorno fissavo con curiosità una bambina che scorreva dei video su TikTok: duravano otto secondi, contenevano solo i ritornelli, poi si passava al successivo».

Un tempo i brani «usa e getta» duravano un’estate, poi ce li si lasciava alle spalle. Nell’epoca dei reel quel lasso temporale si è ulteriormente compresso. Una canzone può invadere i social per un paio di settimane e poi sparire. Senza nemmeno sfiorare, in questo modo, la possibilità di assumere le connotazioni tipiche del tormentone. «Molti non ascoltano nemmeno più le strofe, è una tendenza che un po’ spaventa».

Nuove frontiere della promozione

Il mercato si adegua: per promuovere un pezzo si cerca il balletto da replicare su Instagram o TikTok perché circoli il più possibile. Un altro catalizzatore molto in voga di questi tempi è il dissing, il botta e risposta (non necessariamente in musica) tra due artisti. Uno dei più celebri, risalente a qualche mese fa, è quello tra Fedez e Tony Effe.

Fedez, rapper e imprenditore - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Fedez, rapper e imprenditore - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

«Mi sorprende che ci caschino pure i più navigati, vedi Gianluca Grignani con Laura Pausini», riflette Amati. La cantautrice romagnola nei giorni scorsi aveva annunciato l’uscita del singolo «La mia storia tra le dita», che Grignani scrisse nel 1995, in versione spagnola. Quest’ultimo ne ha rivendicato la paternità, lamentando tra le righe il fatto che non fosse stato citato nella promozione del brano. «Tutti sanno che “La mia storia tra le dita” è tua: spero che quando uscirà la mia versione possa piacerti tanto quanto piace a me», aveva ribattuto la Pausini. Il risultato? «Anche Grignani ha annunciato al suo pubblico l’uscita di una nuova canzone». La stessa, sempre in spagnolo, insieme a Matteo Bocelli. Un rimpallo d’opinioni espresse in maniera civile, che però un piccolo polverone l’ha sollevato. Se sia stato frutto di una strategia studiata a tavolino o completamente spontaneo non è dato saperlo. Ma al netto del caso specifico, è un film già visto. E forse anche questo ha contribuito al disincanto degli ascoltatori.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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