Il ritorno in città del Teatro degli Orrori: «Serve musica non innocua»

Enrico Danesi
Questa sera in occasione del Brescia Summer Music la band farà tappa all’Arena Campo Marte con il tour «Mai dire mai»
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Il ritorno del Teatro degli Orrori
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C’era una volta il Teatro degli Orrori, band di rock alternativo fondata a Marghera nel 2005 e formata da Pierpaolo Capovilla (voce), Gionata Mirai (chitarra, cori), Giulio «Ragno» Favero (basso), Francesco Valente (batteria). Con un nome ispirato al “teatro della crudeltà” del visionario drammaturgo francese Antonin Artaud, il gruppo ha proposto musica di qualità, disturbante e travolgente, conquistando un pubblico di nicchia ma affezionato. Fino al 2016, quando – a sorpresa –interruppe il tour incentrato sull’album eponimo, annunciando lo scioglimento.

Qualche mese fa, il Teatro degli Orrori ha fatto marcia indietro ed ora è in corso il tour «Mai Dire Mai», in nove tappe, una delle quali nella nostra città per il Brescia Summer Music, stasera alle 21.30 all’Arena Campo Marte (il posto unico in piedi costa 35 euro inclusa prevendita; info su www.cipiesse-bs). Abbiamo parlato con Capovilla e Favero.

È una reunion estemporanea o destinata a durare?

Pierpaolo Capovilla - Bella domanda! Mi auguro possa durare, sarebbe bello pubblicare qualcosa di nuovo, magari di diverso, che ci possa sorprendere, e spingere verso territori non ancora esplorati.

Non avete mai spiegato i motivi dello scioglimento. Quali sono, invece, quelli del ritorno?

P. C. - «Abbiamo ricevuto proposte per tornare insieme dal vivo, e le abbiamo accolte con favore. Dopo tanti anni, ci siamo presi la libertà di mettere da parte le incomprensioni. Ne sono felice».

Giulio Favero - «Mi son sempre chiesto se rendere pubbliche cose private abbia veramente senso. La risposta che mi do è no, perché dopo tutto sapere i motivi di scioglimento di un gruppo mi sembra appartenere alla sfera del gossip, di cui ormai la contemporaneità è intrisa oltre ogni limite».

Siete sempre stati consapevolmente underground, anche se di underground oggi non si parla quasi più. Che spazio c’è per voi, nel panorama nazionale?

P.C. - «Abbiamo un pubblico che ci vuole ancora bene».

G.F. - «Non ne ho francamente idea se ci sia o meno spazio, per noi. Quello di cui son certo, è che c’è necessità di avere gruppi di rottura che vengano dal basso per conquistare un consenso che premi le verità artistiche e non quelle legate al mondo dello showbiz, o peggio ancora, dei social. C’è bisogno di musica non innocua, che graffi e faccia sanguinare, che mostri altre possibilità, risvegliandoci dall’anestesia che internet ha generato negli ultimi quindici anni».

La lente di Artaud resta efficace per leggere la realtà odierna?

P.C. - «Ne “Il teatro e il suo doppio”, Artaud chiarisce come il teatro debba essere un’esperienza di vita radicale, e il palcoscenico un momento cruciale dell’esistenza, mai e poi mai semplice intrattenimento. In questo senso, la sua lezione continuiamo a farla nostra, con la nostra musica e tutte le sue inquietudini. Che può fare un artista in questo momento storico? Prendere posizione, senza indugi, senza tentennamenti: al diavolo la prudenza, è il momento della franchezza, del coraggio delle idee e dei valori, della politica, insomma».

Avete un repertorio importante, non troppo vasto. Nel tour attingerete da quello, o avete messo in cantiere pezzi nuovi?

G.F. - «Per ora, pescheremo dai quattro album editi. Per il futuro, stiamo lavorando a un’idea artistica nuova, vedremo come crescerà».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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