Stefania Maratti: «Volevo suonare la batteria poi ho scelto il flauto»

La musicista è tra i protagonisti del Festival di Mazzano: «Il mio taglio tattico? Estetica e comodità»
Enrico Raggi
Stefania Maratti - © www.giornaledibrescia.it
Stefania Maratti - © www.giornaledibrescia.it

Un po’ domatrice (di strumenti feroci) e incantatrice (di timbri misteriosi). Stefania Maratti addomestica ogni oggetto sonoro, dall’ocarina all’octobasse, intesse relazioni a suon di musica, ce le restituisce in note di gioia. Colonna portante dell’ensemble di flauti Zephyrus, sarà in concerto il 13 febbraio a Mazzano con l’Ensemble I Ottobre.

Collabora con bande e orchestre, tra musica da camera e popolare, nella sonorizzazione di fiabe per bambini e come interprete di prime assolute. Insegnante esperta (da quasi 35 anni) è molto amata dai suoi ragazzi.

Stefania, quale strumento le si addice di più?

«Suono tutte le taglie dei flauti, dal più piccolo al gigantesco, ma forse il più affascinante è il flauto basso in Fa. Il suo mistero continua ad emozionarmi. Non lo puoi dominare, ti impone una distanza anche fisica, è voluminoso, lontano da orecchie e corpo, scuote le mie certezze. Ho iniziato a sei anni con l’ottavino, ma il flauto traverso in Do è quello che meglio mi rappresenta. Ogni taglia richiede un cambio di atteggiamento, mentalità, ruolo, approccio, come a passare dal violino al contrabbasso. Mondi diversi. Mutano intonazione, fraseggio, vibrazioni, acustica. Una volta pensavo che il flauto basso dovesse limitarsi ad accompagnare le linee superiori, invece è motore, spinta, sostegno, energia, colonna portante e trascinatore. Smontato sta in un valigione; servono poi sgabello, cavalletto di sostegno, leggio, polmoni d’acciaio».

È polistrumentista (contrabbasso, vibrafono, mandola, mandolino), illustratrice, docente. Mai in pace?

«Amo sperimentare, sono curiosa, l’ignoto e il mistero mi attirano. Ma solo il flauto è la mia casa, il rifugio, lo specchio, il diario segreto. Ho provato anche la batteria, ma mi mancavano “sghèo” e “tiro”».

Vincitrice di 17 concorsi nazionali e internazionali, concerti in tutta Europa, collaborazioni fittissime. Perché ha messo radici a Brescia?

«Mi ha intimorito l’ambiente “umano” orchestrale, il tipo di relazioni da gestire. Sono una persona molto insicura. Mi sentivo un po’ sola, avrei avuto bisogno di una carica di fiducia. Ho viaggiato moltissimo, incontrato persone splendide, abbracciato pubblici magnifici, frequentato teatri meravigliosi, visitato città stupende, affrontato mille repertori bellissimi. Mi considero una privilegiata».

Il suo look sbarazzino ha anticipato quello della (quasi) coetanea Demi Moore anni ’90. Mai avuto i capelli lunghi?

«Certo, ho portato anche la coda, ma mi andava spesso negli occhi. Così mi sono decisa per un taglio più comodo. Amo molto l’estetica. Quella dell’anima, soprattutto».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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