I sassi cantano, le rocce ballano. Con «Massi sonori, la musica che scolpisce il tempo» le cave di Nuvolera si popolano di note, di danza, di arte. Oggi, sabato, alle 18, a Nuvolera, in via Valle (ritrovo al lavaggio degli autocarri, all’inizio del bacino marmifero), parte un itinerario attraverso luoghi di scavo ed estrazione, depositi, spazi lavorativi storici. Quattro tappe scandite da momenti musicali in quattro punti diversi del sito: viaggio di suoni dedicato al paesaggio e all’opera che da decenni plasma la pietra.
Alle ore 18.15, nell’area Fassa Bortolo, il violinista Daniele Richiedei esegue «Frammenti di pietra», prima assoluta del compositore Rossano Pinelli; alle 19 al consorzio Marmisti, la Fenice Dance Academy presenta «Geometrie dell’anima: la pietra e il gesto»; alle 19.45, nell’area Verde Molvina, è la volta del Cecilia Carta Quintet con «Ceci and the Paper Moon»; si chiude alle 21.45, nella Cava Marangoni, con Simona Severini, Riccardo Barba e il Collettivo Mocambo in «Incisioni. Notturno di marmo e luna». Ingresso gratuito, il tragitto è di circa 5 km (non adatto a passeggini e sedie a rotelle, raccomandate scarpe da trekking o da ginnastica con buon grip). Abbiamo sentito il compositore Rossano Pinelli.
Maestro, come nasce il titolo del suo nuovo brano?
In «Frammenti di pietra» risalgo al suono ancestrale, scolpisco segni su blocchi primitivi, come gli antichi popoli finnici incidevano rune sui macigni. D’altra parte El Sércol (Il cerchio), posto al culmine del Monte Cavallo, vicino ai luoghi delle performance, ospita propria la “Stonehenge bresciana”, un manufatto di massi perfettamente circolare, forse un antico osservatorio solare o un primitivo luogo di culto. Sono partito da grumi testurali, da alcune cellule melodiche, ritmiche e armoniche trattate al modo di impronte fossili o cristalli calcarei. Faccio respirare il suono nello spazio. Indago il rapporto fra consonanza e dissonanza per dar vita a una narrazione: cerco di essere un cantastorie, uno storyteller sonoro.
Sono tornati i titoli evocativi, dopo decenni di «Strutture», «Sequenze», «Gruppi», «Diamorfosi», «Metastasi»?
I grandi maestri del Novecento hanno dato la stura a una pletora di epigoni che si sono nascosti dietro a tabelle, schemi, procedimenti, sistemi, meccanismi, per mascherare una sorta d’impotenza creativa, una mancanza di fantasia. Invece la complessità va coniugata alla chiarezza comunicativa: nei geni dell’arte più mondi convivono, s’incontrano, collidono; linguaggio e pensiero si danno la mano. Ravel, Stravinski , Debussy: ogni loro evento è calcolato al millimetro, eppure la potenza, l’eleganza, l’esattezza di quelle note colpisce sempre dritta al cuore.
Anche il godimento reclama il suo spazio…
Certo. Anch’io desidero “andare alla carne viva dell’emozione”, tramite gesti e idee. È sempre un errore rinunciare all’espressività in nome della coerenza a metodi. Nel mio nuovo pezzo cerco di condurre l’ascoltatore lungo un sentiero a mosaico (non faccio mancare le “spinte in avanti”), di immergerlo in un paesaggio mutevole, unificato da sottili affinità. Continuità, narratività, contiguità sono le parole d’ordine. Cerco di mettere i tasselli al loro posto, in una mistica tensione al silenzio e alla concentrazione. Cerco qualcosa di archetipico: la (mia) verità, che l’orecchio vaglia e sceglie.



