Grollo: «Ho lasciato la divisa, ora sono voce istituzionale dell’Inno»

L’Italia chiamò. Ha lasciato la divisa (di agente) per il costume (da tenore). Dall’uniforme della Polizia di Stato a quella della Marina Militare (indossata nel ruolo di Pinkerton, in «Madama Butterfly»). Francesco Grollo è «la voce delle Istituzioni», il primo a portare il nostro Inno Nazionale nei contesti più solenni e nelle ricorrenze ufficiali del nostro paese: al Quirinale, nei sacrari militari (l’Altare della Patria, Redipuglia, Pasubio, Monte Grappa), durante le esibizioni delle Frecce Tricolori, per il Corpo dei Vigili del Fuoco, prima delle partite di calcio della Nazionale.
Allievo di Franco Corelli, Francesco Grollo, accompagnato al pianoforte da Antonio Camponogara, giovedì 9 aprile al Castello di Padernello, alle 19.15 (il concerto è già sold out), presenta «Il Canto degli Italiani», percorso storico-musicale dedicato all’Inno d’Italia eseguito nella versione originale del 1847; l’iniziativa è patrocinata di alcuni Rotary Club bresciani (Meano-Terre Basse, Maclodio, Verola, Soncino-Orzinuovi, Valle Sabbia Centenario) e da Fondazione Insigniti Omri. L’abbiamo intervistato.
Francesco Grollo, com’è nato l’impegno istituzionale?
Quest’anno festeggio il trentesimo di carriera. Ho iniziato al Palafenice di Venezia, dopo l’incendio del teatro storico, su invito di Francesco Siciliani. “Giovinotto, qui è tempo di lasciar la spada e passare al canto”, mi disse con scherzoso riferimento alla mia pistola d’ordinanza. Da allora ho calcato i palcoscenici internazionali a suon di Verdi e Puccini. Mi considero un ambasciatore dell’opera lirica italiana nel mondo.
Quali momenti ricorda con più emozione?
Il concerto del 2 giugno 2020 all’Ospedale Spallanzani di Roma, in omaggio ai medici e agli operatori sanitari che avevano combattuto la battaglia del Covid, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella; altri momenti indelebili sono legati alla predilezione che Papa Francesco aveva per me: amava particolarmente l’Ave Maria di Gounod e «Mamma» di Cesare Bixio.
C’è un cerimoniale per le occasioni istituzionali?
Come un profumo speciale ha bisogno di un’ampolla che ne conservi la fragranza, così questi contesti necessitano di rispetto ed eleganza discreta: il frac va sempre bene.
L’Inno Nazionale è cantato in tanti modi diversi…
Anche la bandiera italiana ha il tricolore orientato in un certo modo, così in «Fratelli d’Italia» le indicazioni del compositore (e bravo tenore, tengo a sottolineare) Michele Novaro non possono essere ignorate, bistrattate o stravolte. L’identità del nostro Inno è chiara.
Qual è?
Il suo vero titolo è «Il canto degli italiani». È l’unico al mondo con due protagonisti: un solista e un coro che risponde. Doppie anche le battute di introduzione, non una. Il compositore indica «Allegro marziale» e «Con molta energia». Il tenore espone quindi la prima parte con virilità e ardore (è una Cabaletta romantica, non una canzonetta moderna); poi interviene il coro, ovvero il popolo italiano “radunato in un’immensa pianura”, che reagisce attonito a una precisa chiamata, con una scrittura corale leggera, quasi impaurita e staccata; solo alla fine il crescendo, in accelerando: l’impeto a lungo trattenuto finalmente può sfogarsi: il popolo ha recepito l’appello e reagisce con un «Sì!» lanciato a pieni polmoni. L’Italia ha risposto.
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