Charlie Cinelli, nuovo show: «Con i testi in video insegno il dialetto»

Selettivamente antologico e – c’è da giurarci – bonariamente irriverente, con humour e piglio travolgente, come da specialità della casa. Un Charlie Cinelli in gran spolvero è atteso giovedì 16 aprile alle 21.30 al Ctm di Rezzato (in via IV Novembre 91, biglietti da 20 euro + commissioni; info cipiesse-bs.it o allo 030-2791881), protagonista di un one-man-show che lo stesso artista saretino ha illustrato in anteprima a Teletutto, al Magazine di Maddalena Damini (parlando, suonando, divertendo il pubblico a casa e la conduttrice in studio, ma divertendosi pure lui), e che ha successivamente approfondito per noi.
Charlie, pur senza dichiararlo in locandina hai deciso di fare del teatro-canzone…
Non vorrei apparire presuntuoso, visto che quando si parla di teatro canzone il pensiero va inevitabilmente a Giorgio Gaber, ma la formula è quella. Il teatro offre grandi possibilità, permettendo di spaziare dalle canzoni ai monologhi, agli aneddoti, e pure di dare qualche…spiegazione.
Di che genere?
Sul dialetto. Le canzoni sono in vernacolo bresciano e credo sia interessante soffermarsi per una volta sui testi. Per questo ho immaginato di proiettarli sullo schermo del Ctm per mettere a fuoco parole e espressioni dialettali meno note.
L’approccio al dialetto è istintivo, nelle tue composizioni…
Io parto sempre dalla musica. Fin dalla prima canzone che ho scritto, mi è venuto naturale il dialetto, perché si accorda meglio dell’italiano alla costruzione sonora. E permette di giocare con accenti, fonetica e varietà della lingua: nel mio dialetto, «un’omaccione» e «andiamo a Zone» si pronunciano alla stessa maniera!
A quando risale la prima canzone che hai composto?
Credo al 1988, avevo circa trent’anni. Quella del cantautore è stata una vocazione tardiva (ride, ndr): prima, e anche dopo in verità, ho fatto il musicista.

Ora forse è meno alla moda, ma ci sono stati momenti in cui la canzone in dialetto è arrivata a Sanremo, con i Pitura Freska o Van De Sfroos…
Colpa di Alan Farrington se ci son stato solo da strumentista e non con i Charlie & the Cats (ride, ndr)... Ma Alan è inglese, e al Festival della Canzone Italiana non ci hanno preso!
Quante canzoni ci saranno in scaletta al Ctm?
Una ventina. Tra cui il blues «Parole fröste» (Parole logore), che nasce da una riflessione ironica sul dialetto del professor Leonardo Urbinati, e il traditional americano «River Valley» che diventa «Valtrompia». E «La massera da bé» (La brava massaia), che riprende alla lettera i versi in rima baciata di un testo fondamentale del dialetto bresciano, scritto nel 1554 da Galeazzo degli Orzi.
Nuovi lavori in vista?
Lavoro sul rilassarmi e il non far niente, coltivando l’hobby della musica (ride, ndr). Scherzi a parte, quando non lavoro, mi diverto a suonare il basso (lo strumento con il quale Charlie si è affermato, ndr) con un gruppo di amici storici: che ci sia un pubblico o meno non fa differenza, andiamo dove ci porta il cuore... Ma suono spesso anche da solo, in studio, dove le idee nuove sono parecchie: ti avverto se qualcuna merita di diventare un progetto.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Buongiorno Brescia
La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.
