Un universo del cuore con dentro Bruce Springsteen, il folk-rock rurale americano, i cantautori australiani e…nonna Renate. È quello di Simone Bertanza, venticinquenne songwriter di Roè Volciano, che sabato 1 agosto si esibirà - prima della Rory Gallagher Celebration - con il progetto Harmoon al 19º Soiano Blues Festival, che prende il via stasera al Castello di Soiano con il doppio set di Bad Blues Quartet e Luke Winslow King Band + Roberto Luti (alle 21, biglietto unico a 15 euro; info sui canali social di Slang Music).
Abbiamo conosciuto Simone, specializzato in chitarra pop-rock al Conservatorio di Brescia, quando nel 2024 pubblicò l’ep «Jammin’ On the River» per l’etichetta Rivertale. Un lavoro composto da cinque tracce, cantate in inglese con una bella voce graffiata. Tra esse, brillava la ballad «Renate», dedicata alla nonna, nata in Germania e giunta in Italia per amore, che gli trasmise la passione per la musica: «Sono cresciuto a pane e Springsteen, perché - ci raccontò allora - invece dei cartoni animati, nonna mi faceva vedere i concerti del Boss».
Al cantautore del New Jersey si sono affiancati nel tempo altri numi tutelari (Bob Dylan, Ryan Adams, Mark Knopfler, Eric Clapton e Jimi Hendrix, insieme a nomi del folk australiano quali John Butler, Xavier Rudd, Hollow Coves, Kim Churchill) che costituiscono tuttora il suo Pantheon. Ma il percorso di Simone Bertanza si è arricchito con esperienze artistiche oltreoceano, gare canore e nuovi progetti, rispetto ai quali ci siamo fatti aggiornare.
Simone, sei reduce da nove mesi in Australia…
Sono partito a maggio ‘25, all’avventura. Atterrato a Melbourne, mi sono chiesto: e adesso che faccio?
Com’è andata?
A livello musicale ho vissuto un’esperienza stupenda. Ho avuto l’occasione di incontrare alcuni dei miei idoli, Kim Churchill su tutti, e di avere un proficuo scambio con tanti artisti. Ho fatto amicizia con un duo, JC & the Tree, ora in tour in Europa, e fatto concerti in Tasmania con il bluesman Shaun Kirk. Ho imparato molto e scritto ancora di più, tanto che sto registrando in maniera autonoma un nuovo disco, che conto di far uscire nel 2027.
Un lavoro che guarda al folk australiano?
Non esattamente. Laggiù mi sono avvicinato ancor più alla scena folk-rock americana.
Curioso…
Può sembrare paradossale, ma in Australia ho sentito suonare tantissimo folk di autori della nuova generazione americana o british, che stanno rinnovando la scena.
I tuoi vecchi idoli resistono, o sono stati scalzati dalla nuova onda?
Resistono, e sono intramontabili, Springsteen in testa.
Parliamo del Boss, allora. Sei in finale a Cover Me 2026, il contest musicale dedicato a Bruce: il 6 settembre sarai sul palco del Druso di Ranica con «Hunter of Invisible Game», una canzone iconica ma non una delle hit springsteeniane. Perché proprio quella?
È stata una scelta di pancia. È un brano malinconico, che parla di legami e memoria, a cui sono affezionato fin dal primo ascolto; anche la mia ragazza ha insistito perché la scegliessi. Ha un sound e un’estetica singolare, che Springsteen ha voluto per la prima volta sottolineare con un cortometraggio. In finale, da regolamento, la devo abbinare a una canzone scritta da me: per variare il mood, farò «Dark Skin Man», il pezzo più blues dell’ep «Jammin’ On the River».
Retaggio famigliare a parte, cosa rappresenta Springsteen per te?
È un grande cantautore e incarna valori che apprezzo: ho grande rispetto e ammirazione per l’uomo, oltre che per l’artista.
Hai accennato alla tua ragazza, che poi è Roberta Finocchiaro, cantautrice siciliana ed ella pure fan del Boss, che ha tra l’altro aperto concerti di Ben Harper e di Elisa, collaborato con Cristiano Godano dei Marlene Kuntz. Il progetto Harmoon nasce con lei…
Ci conoscevamo da anni, ma ci siamo messi insieme al mio ritorno dall’Australia. Contestualmente abbiamo dato vita a una formazione con due voci e due chitarre: proponiamo pezzi miei e pezzi suoi, rivisitati in chiave folk-blues.



