«Il valore di un interprete non si misura sulla quantità di note giuste, ma sulla qualità espressiva. In Liszt dominano metafisica, imprevisto, trascendenza, guai a non tenerne conto. La musica è sempre un’avventura senza preliminari garanzie di riuscita».
Giovanni Bertolazzi, veronese, classe 1998, vincitore di oltre 40 premi di prestigiosi concorsi pianistici, s’impone sulla scena internazionale al Concorso Franz Liszt di Budapest. Esordisce al Festival Pianistico lunedì 11 maggio, alle 20 al Teatro Sociale (biglietti da 10 a 30 euro, info: festivalpianistico.it).
In programma: di Liszt «Dante Sonata», «Totentanz, Parafrasi su Dies Irae», Rapsodia ungherese n. 12; di Vecsey/Cziffra, «Valse triste»; poi Rachmaninov, Sonata n. 2 op. 36; Stravinskij/Agosti, «L’Oiseau de feu». «La trascrizione di Agosti è un chiusura esplosiva – spiega Bertolazzi –, un’ardua Suite da concerto capace di restituirci i profumi dell’originale orchestrale».
Bertolazzi, cosa intende Liszt per pianismo «trascendentale»?
Sovente, in maniera sbrigativa e superficiale abbiamo associato quella parola a una dimensione puramente esecutiva, a mere abilità manuali; in realtà, la vera difficoltà sta nell’esprimere il contenuto, liberandolo dal dato tecnico-materiale. La mia sfida e missione consistono nel mostrarne il lato spirituale, la perenne attualità delle domande riguardanti senso, vita, destino, amore.
Ci può fare alcuni esempi?
Il furibondo “delirio” di note della Totentanz, di fronte all’enigma della morte che il titolo esplicitamente indica, diventa sguardo sull’aldilà, stasi contemplativa, riflessione filosofica impregnata di austera gravitas. La Rapsodia n. 12 è un fiammeggiante racconto di temi tipici della tradizione ungherese, giammai puro sfoggio circense. Il virtuosismo è sempre un mezzo, niente affatto il fine. Mai mostrarsi, sempre esprimersi. Ogni fatica e complicazione chieste all’interprete sono uno scandaglio per scendere in profondità. Col passare degli anni Liszt toglie, riscrive, scalpella, sfronda, purifica. Numerosissime le versioni d’una stessa opera. Un ininterrotto processo di rifinitura. Le sue pagine estreme sono sfilata di essenze, incantesimi, chimere, Giardino di Armida, un distillato di significati.
Quali pianisti occupano un posto speciale nel suo cuore?
I miei riferimenti sono molti, perfino opposti. Amo la cantabilità di Claudio Arrau, il magnetismo di György Cziffra mi ha ugualmente stregato. E come non citare Horowitz, Hofmann, Rachmaninov? Mi è impossibile esibirmi al Festival senza confessare l’emozione che mi deriva dal solo pronunciare il nome di Michelangeli.
Oggi sembra diffuso un orrore dell’errore. Concorda?
Il vero orrore è fermarsi alla superficie delle note: questo, sì, errore imperdonabile. Rilevo un processo generale di standardizzazione: moltissimi pianisti in circolazione, di livello medio assai alto, “pulitissimi”, però asettici, impersonali, seriali. Faccio mia una frase attribuita a Beethoven: «Suonare una nota sbagliata è irrilevante. Suonare senza passione è imperdonabile».



