Festival pianistico, Martina Meola e il bouquet di fiori chopiniani

La giovanissima pianista, 13 anni e mezzo, stupisce per classe, bravura e musicalità. E per la confidenza con aspetti quali nostalgia, dolore e ombra
Enrico Raggi
Festival pianistico: il concerto di Martina Meola
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Festival pianistico: il concerto di Martina Meola

Che suono ha la felicità? Probabilmente ha il volto lieto, solare e ispirato di Martina Meola, tredici anni e mezzo, in cartellone al Festival Pianistico, ascoltata mercoledì sera all’Auditorium San Barnaba. Ricci fluenti, le sue braccia tracciano parabole sulla tastiera; sorriso candido, le sue dita secèrnono colori dalla cassa armonica dello Steinway.

Scricciolo roboante, si lancia in picchiata sui tasti con appoggio di spalle, coraggio, veemenza da antico cavaliere; giovinetta sapiente, non le sono estranee poesia, turbamenti, culmini tensivi, oasi liriche, volume, esatta comprensione della forma. Le attese delibate, la dilatazione delle pause, la forza interiore, le profondità ci inquietano: come può una ragazzina avere così confidenza con la nostalgia, il dolore, l’ombra?

Davvero riesce ad avvertire il sentore di morte che proviene dallo smagliante bouquet di fiori chopiniani? Nel compositore polacco (Mazurche op. 30 e Scherzo n. 2), bellissimi chiaroscuri e fuoco; nella Sonata n. 2 di Schumann, slancio visionario e sbarazzina baldanza; irreprensibile tecnica e virtuosismo in Prokofiev (Romeo e Giulietta) e nella Dante Sonata di Liszt. Col tempo arriverà un suono ancor più fondo, lampi che tramortiscono, maggiore teatralità. Ma la classe, la bravura, la musicalità sono già pazzesche.

Lo scrittore Alberto Savinio, di fronte ai bambini prodigio, raccontava con sgomento di corpi minuti, colli sottili, mani delicate, figure diafane; ma, pure, di determinazioni, ascetismi, potenza spirituale a noi sconosciute, di tuffi nella musica come monelli che si gettano nell’acqua con gioia e sprezzo del pericolo. Non bastano studio forsennato, disperata applicazione, eccellenti maestri. C’è dell’altro, che fatichiamo a definire, che non si fa afferrare. E quando questi fanciulli riemergono dai flutti con una moneta d’oro tra i denti (la perla preziosa di un’esecuzione destinata a lasciare un segno nel cuore e nella memoria), le nostre facce da monocolo si rilassano.

Scrosciano gli applausi, torniamo a respirare, scuotiamo la testa increduli, vergognandoci un po’ dei risentimenti, dei mugugni, del nostro accontentarci («Siate realisti, domandate l’impossibile» suggeriva Camus), delle ossessioni salutistiche, delle smanie di controllo, delle assillanti prudenze che moltiplichiamo per illuderci di metterci al riparo dagli imprevisti della vita. «Se non ritornerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli»: anche nella grande musica risplende intatto il monito evangelico. Grande successo, lunghissimi applausi, tre bis.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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