Addio a Dolly Parton, queen of country che ha reso l’eccesso stile

È morta a 80 anni l’icona americana che ha fatto di capelli cotonati, paillettes e unghie lunghissime il suo marchio inconfondibile, trasformando ogni «troppo» in una forma di libertà
Angelo Ruggeri
Addio a Dolly Parton: è morta all'età di 80 anni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Addio a Dolly Parton: è morta all'età di 80 anni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ci sono persone che muoiono e persone che, semplicemente, smettono di esserci. E poi ci sono le icone: quelle che, anche quando il sipario si chiude, continuano a vivere in una canzone, in un abito, in un gesto, in una battuta, in un modo di stare al mondo.

Oggi si è spenta Dolly Parton, la leggendaria Queen of Country, e con lei se n’è andata una delle personalità più riconoscibili, eccentriche e irresistibili della cultura americana. Aveva 80 anni e alle sue spalle lascia oltre sei decenni di musica, cinema, televisione, imprenditoria e beneficenza. Ma soprattutto lascia un'immagine impossibile da confondere con quella di chiunque altro.

Capelli, unghie e paillettes: l’eccesso diventato identità

Prima ancora di sentirla cantare, Dolly Parton si riconosceva da lontano. Quei capelli biondi, enormi, vaporosi, quasi architettonici. Le ciglia lunghissime. I tacchi vertiginosi. Gli abiti aderenti, pieni di paillettes e cristalli. Le unghie artificiali lunghissime e sempre perfettamente curate. I rossetti luminosi, il make-up impeccabile, le silhouette iper-femminili. Tutto in lei sembrava dire: eccomi qui, non ho nessuna intenzione di farmi piccola per entrare nelle aspettative degli altri.

Dolly non era stata semplicemente una donna vestita in modo appariscente: era stata uno stile vivente, un'immagine talmente riconoscibile da diventare, nel tempo, una sorta di marchio di fabbrica. La sua estetica era volutamente esagerata e profondamente consapevole. Il country aveva camicie a quadri, denim, stivali e cappelli da cowboy? Dolly aveva preso quegli elementi e li aveva portati in un universo fatto di glitter, strass, frange, paillettes e tacchi. La femminilità poteva essere discreta? Lei l'aveva resa gigantesca. Una parrucca poteva essere semplicemente un accessorio? Lei l'aveva trasformata in un'istituzione.
E dietro quella chioma bionda altissima c'era anche una filosofia precisa. Dolly aveva raccontato più volte di amare le parrucche perché le permettevano di cambiare rapidamente look e di non stressare i capelli. Ma soprattutto le considerava parte del divertimento. La sua immagine non doveva essere una gabbia: doveva essere un gioco.

La prima volta che Dolly entrò nella mia vita

Eppure, prima di diventare per me quella gigantesca icona dai capelli cotonati, dalle unghie interminabili e dai vestiti tempestati di luce, Dolly Parton era stata semplicemente un volto sul grande schermo.
La prima volta che l’ho incontrata era stata in videocassetta, con Fiori d'acciaio (Steel Magnolias), il film del 1989 diretto da Herbert Ross. Dolly interpretava Truvy Jones, la proprietaria di un piccolo salone di bellezza della Louisiana, una donna apparentemente leggera e spiritosa ma capace di una straordinaria sensibilità. Accanto a lei c'erano un gruppo di attrici che sembravano appartenere a una costellazione irripetibile: Sally Field, Julia Roberts, Shirley MacLaine, Daryl Hannah e Olympia Dukakis.

In «Fiori d'acciaio», film del 1989
In «Fiori d'acciaio», film del 1989

Ricordo soprattutto quella sensazione: guardare Dolly e scoprire che dietro quell'immagine gigantesca da superstar country c'era un'attrice capace di stare dentro una storia corale senza perdere la propria personalità. Truvy era femminile, ironica, generosa, pettegola, affettuosa. Aveva il salone di bellezza, i capelli perfetti, i consigli sulle relazioni e quel modo di parlare che sembrava sempre sul punto di trasformare una frase qualunque in una battuta memorabile.
Era una Dolly più intima, ma non meno Dolly.
E forse è stato proprio lì che molti di noi hanno imparato a guardarla in modo diverso: non soltanto come la cantante country, ma come una donna capace di usare l'ironia per raccontare la vita, le fragilità, l'amicizia e il dolore.
In Fiori d'acciaio c'era, in fondo, molto di quello che Dolly aveva rappresentato nella vita reale: la bellezza come rito quotidiano, il rapporto tra donne, la capacità di ridere anche quando la vita diventava durissima e quella straordinaria leggerezza che non significava affatto superficialità.

La donna che non aveva mai avuto paura di essere «troppo»

Ed era qui che Dolly Parton diventava molto più interessante di una semplice icona di stile. In un'epoca in cui alle donne veniva spesso chiesto di essere eleganti ma non troppo appariscenti, sensuali ma non troppo sexy, femminili ma senza esagerare, Dolly aveva scelto sistematicamente la strada opposta. Era stata troppo. Sempre.
Troppo bionda, troppo truccata, troppo scintillante, troppo prosperosa, troppo rumorosa, troppo country, troppo ambiziosa. E proprio quel «troppo» era diventato la sua forza.
Dolly aveva capito qualcosa che oggi chiameremmo personal branding, ma che lei praticava decenni prima che il termine diventasse di moda: l'immagine non doveva necessariamente nascondere chi siamo, poteva diventare uno strumento per raccontarlo.
Bastavano una massa di capelli biondi, qualche paillettes e un paio di tacchi per capire che Dolly era arrivata. Quante celebrity potevano dire altrettanto?

E quelle unghie lunghissime? Erano anche uno strumento musicale

Le sue mani meritavano un capitolo a parte. Le unghie lunghissime di Dolly erano diventate una delle caratteristiche più iconiche del suo look, ma non erano soltanto decorative. La cantante era riuscita persino a utilizzarle durante le proprie performance. Il caso più curioso riguardava 9 to 5: Dolly aveva raccontato che il ritmo del brano era nato anche dal gesto di battere le sue unghie finte mentre si trovava sul set del film omonimo.
Pensate alla scena: una delle donne più glamour d'America, con una manicure che sarebbe sembrata incompatibile con qualsiasi attività pratica, che trasformava proprio quelle unghie in una parte della propria creatività.

Lunghissime unghie, anche per suonare
Lunghissime unghie, anche per suonare

Era una metafora perfetta della sua vita: Dolly non aveva mai permesso a ciò che indossava di impedirle di fare ciò che voleva fare. Nemmeno le unghie. Nemmeno i tacchi. Nemmeno i capelli. Nemmeno le paillettes. Tutto poteva diventare parte dello spettacolo.

La bambina del Tennessee diventata regina

Per capire Dolly bisognava però tornare indietro, fino al Tennessee rurale. Nata nel 1946 nella contea di Sevier, in una famiglia poverissima di dodici figli, Dolly aveva conosciuto da bambina una vita lontanissima dal glamour che avrebbe poi costruito intorno a sé. Era cresciuta in condizioni economiche molto difficili e aveva trasformato quei ricordi in alcune delle sue canzoni più intime. Coat of Many Colors, per esempio, raccontava proprio la povertà dell'infanzia e l'abito cucito dalla madre con pezzi di stoffa.
C'era qualcosa di quasi cinematografico nella sua storia: la bambina che aveva avuto pochissimo era diventata una delle donne più famose d'America, ma invece di cancellare le proprie origini le aveva trasformate in parte della propria leggenda. La povertà era diventata memoria. Il Tennessee era diventato identità. Il country era diventato linguaggio. E il gusto per l'eccesso era diventato una celebrazione della possibilità di reinventarsi.

Sì, Dolly Parton aveva davvero un parco divertimenti

E poi c'era Dollywood. Sì, avete letto bene: Dolly Parton aveva un parco divertimenti tutto suo. Non un piccolo museo dedicato alla sua carriera, ma un enorme parco sulle montagne del Tennessee, a Pigeon Forge, vicino al celebre Great Smoky Mountains National Park. Dolly era entrata nel progetto nel 1986 e il parco aveva assunto proprio quell'anno il nome Dollywood.
Ma la cosa più interessante era che Dollywood non era soltanto un luna park con montagne russe. Era quasi una versione fisica dell'universo di Dolly: c'erano attrazioni, concerti e spettacoli, ma anche artigianato locale, tradizioni del Tennessee, cibo, musica e riferimenti alle Smoky Mountains.
Dollywood continua ancora oggi a esistere come una delle eredità più concrete lasciate da Dolly. Il parco accoglie milioni di visitatori e il complesso comprende anche Dollywood's Splash Country, il parco acquatico collegato al resort.

Il parco divertimenti Dollywood
Il parco divertimenti Dollywood

La filantropa dietro i brillantini

E poi c'era un altro lato di Dolly, forse meno appariscente ma altrettanto importante. Nel 1995 aveva creato la Imagination Library, un programma nato per regalare libri ai bambini e incoraggiare la lettura. L'idea era profondamente personale: suo padre non sapeva leggere e scrivere e Dolly aveva visto da vicino quanto quella difficoltà potesse condizionare una vita.
Da qui era nata una delle sue iniziative più importanti: mandare libri gratuitamente ai bambini. Nel corso degli anni il programma era cresciuto fino a raggiungere milioni di bambini in diversi Paesi.

Durante la pandemia, inoltre, Dolly aveva donato un milione di dollari alla ricerca sul Covid-19 presso il Vanderbilt University Medical Center, contribuendo al finanziamento della ricerca sul vaccino Moderna.

Perché la moda non la dimenticherà mai

Dolly Parton apparteneva anche alla storia della moda, pur non essendo mai stata una modella o una designer. La moda non era soltanto ciò che sfilava sulle passerelle. Era anche il modo in cui una persona riusciva a costruire un'immagine talmente potente da diventare immediatamente riconoscibile.
Dolly lo aveva fatto prima dell'epoca dei social, prima degli stylist trasformati in celebrity, prima che ogni star avesse un beauty brand o una linea di abbigliamento. Aveva costruito un'identità visiva coerente per decenni e l'aveva resa parte inseparabile della propria persona.
E oggi, mentre il mondo della moda celebra il massimalismo, il glamour, il camp, le unghie XXL, il ritorno delle paillettes e la voglia di esagerare, è impossibile non guardare indietro e vedere Dolly lì, in anticipo su tutti.

Il trubuto dei fan a Los Angeles - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il trubuto dei fan a Los Angeles - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il vero lascito di Dolly

Alla fine, però, sarebbe riduttivo ricordare Dolly soltanto come un'icona del glamour. Perché dietro ogni paillette c'era una storia, dietro ogni battuta c'era intelligenza, dietro ogni canzone c'era una ferita o un ricordo, dietro ogni eccesso c'era una scelta.
Dolly aveva preso tutto ciò che avrebbe potuto essere considerato «troppo» e lo aveva trasformato nel proprio linguaggio.
E invece di ridimensionarsi, aveva fatto qualcosa di molto più coraggioso: aveva fatto del proprio «troppo» una forma di libertà. È forse questo il motivo per cui sarà così difficile dimenticarla.

Ora che lei non c'era più, resteranno le canzoni, Dollywood, le sue parole, le sue iniziative benefiche e resterà soprattutto quell'immagine inconfondibile: una donna vestita di luce che, per tutta la vita, aveva avuto il coraggio di essere esattamente quanto voleva essere.
Mai meno. Sempre un po' di più. Sempre un po' più bionda, un po' più scintillante, un po' più rumorosa. Sempre Dolly.

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