Dieci anni fa a Brescia moriva Moira Orfei, intramontabile icona pop

Divano in chintz rosa, cuscini rosa, tende arricciate rosa. Giacca rosa, gonna con fiorellini rosa, unghie a mandorla sempre rosa. Tutto rosa, tranne la statua di padre Pio che fa capolino in un angolo. Davanti all’obiettivo c’è Moira Orfei e il tripudio di rosa è quello della sua casa mobile nella quale la giornalista Paola Carmignani sta svolgendo l’intervista. Guardare le immagini di quel giorno è ipnotico e straniante. Non solo perché l'icona pop e circense apriva uno spioncino sul suo privato, ma anche perché quella fu l’ultima intervista prima della morte, che avvenne proprio a Brescia pochi giorni dopo, il 15 novembre del 2015, alle soglie del suo ottantaquattresimo compleanno. Dietro la tinta zuccherina c’era una donna disciplinata, tenace, che aveva costruito con le proprie mani un impero del divertimento popolare.

Sono passati dieci anni da quel giorno. Moira Orfei era in città perché il circo che portava il suo nome («Moira - L’unico, il vero circo di Moira Orfei») era da più di un mese a San Polo. Il giorno della morte coincise con quello dell’ultima replica dello spettacolo, che non venne annullato o rimandato, per onorare le sue stesse parole: «Dopo di me il circo dovrà andare avanti». E in effetti così è stato. «Lo spettacolo va avanti, ma senza Moira non sarà più la stessa cosa», disse uno dei suoi clown ai microfoni di Teletutto al termine dell'ultimo show bresciano, alla fine del quale il pubblico riservò dieci minuti di applausi in onore di Moira.
La nascita di un mito
Figlia di artisti itineranti e cresciuta tra cavalli e trapezi, Moira Orfei è nata nel 1931 a Codroipo, in Friuli. Il padre, Riccardo, era acrobata, la madre trapezista: insieme formarono la compagnia «Fratelli Orfei». Moira – all’anagrafe Miranda – entrò in scena ancora bambina, tra numeri di equilibrismo e addestramenti di cavalli. Negli anni Cinquanta arrivarono i primi film: piccoli ruoli che le bastarono per imporsi come volto riconoscibile del cinema italiano. Ma fu il circo, e non il cinema, la sua vera casa, come disse a Carmignani.
Negli anni Sessanta, insieme al marito Walter Nones diede vita al «Circo Moira Orfei», che diventò presto un marchio internazionale. Lo slogan che negli anni si aggiunse al nome – «L’unico, il vero circo di Moira Orfei» – non era un atto di presunzione, ma una constatazione: nessuno, in Italia, aveva mai unito tanta professionalità e qualità a una simile forza d’immagine. Perché dire «Orfei» è dire «circo». Perché Moira è il circo. Negli anni Settanta le tournée attraversavano l’Europa. I camion con la scritta «Moira Orfei» arrivavano a Parigi, Madrid, Mosca. Portava in scena tigri, leoni, acrobati e clown di tutte le nazionalità.
La sua figura è rimasta impressa e i manifesti con il suo volto su sfondo fluo sono stampati nella memoria: una donna appariscente e al tempo stesso severa, una dolcissima e generosa figura (a detta di tutti quelli che l’hanno conosciuta) e al contempo una rigorosa professionista. Dietro i turbanti e i gioielli, le piume e le sopracciglia disegnate, c’era una direttrice inflessibile, capace di richiamare artisti e tecnici fino a tarda notte se qualcosa non funzionava. Non lasciava nulla al caso, né una luce, né un movimento. E lontano dalla pista era una diva popolare e autentica: vicina alla gente, ma sempre circondata da un’aura di mistero.

L’Italia che cambia
La carriera di Moira Orfei racconta peraltro sessant’anni di storia italiana. Dagli anni del boom, quando il suo circo rappresentava un Paese che voleva stupire, fino agli anni Novanta, quando lo spettacolo dal vivo doveva competere con la televisione, Moira resistette con intelligenza: capì che il circo doveva comunicare, farsi immagine, aprirsi ai media. E lei ne fu il volto, anche attraverso le numerose ospitate in tivù.
Moira Orfei anticipò molti discorsi contemporanei sulla libertà e sull’identità. Rivendicava le origini sinti in un periodo in cui era più facile nasconderle che dichiararle. Difendeva la propria femminilità come valore e come forza. In un ambiente dominato dagli uomini, impose con naturalezza la sua autorità. Frequentò registi, attori e intellettuali, da Federico Fellini a Pier Paolo Pasolini, e fu Dino De Laurentiis a spronarla a mantenere quell’immagine esagerata e kitsch che l’ha resa emblematica, così come a suggerirle il nome d’arte. Lei avrebbe voluto farsi chiamare «Mora», ma la «i» rese tutto più esotico.

Il suo nome è legato indissolubilmente anche agli elefanti, che per lei erano compagni di lavoro e di vita. Ne conosceva il carattere, le abitudini, le fragilità. Condivideva con loro un’esistenza nomade: città dopo città, tendone dopo tendone. Oggi la sensibilità rispetto al benessere animale è cambiata e il circo con gli animali è sempre più raro, anche se non c’è ancora un decreto attuativo che impedisca il loro sfruttamento. Ma quando ancora non ci si faceva domande, Moira Orfei portò per le vie delle città italiane animali selvaggi ed esotici che lasciavano a bocca aperta.
Pure a Brescia si videro elefanti in strada. Più volte. Come nel 1998, quando il circo era di stanza all’entrata dell’autostrada vicino all’Esselunga della Volta. In quel caso i pachidermi passeggiarono ordinati sulle strade di Brescia Due, dopo essere arrivati con un treno speciale in stazione.
Moira e Brescia
A proposito di Brescia, qui il circo transitò numerose volte, e ogni volta Moira e la compagnia ricevevano moltissimo affetto, come ci ha raccontato uno dei nipoti, Alessandro Serena. Ecco perché per lei la città era speciale, tra quelle nelle quali tornava più volentieri.
E bresciano è anche uno degli artisti che per anni lavorarono con lei, il valtrumplino Luca Alghisi, che nel 2020 scrisse un libro su questa esperienza.
«Da adolescente espressi il desiderio di lavorare in un circo», aveva raccontato al Giornale di Brescia. «A 14 anni scrissi una lettera a Moira Orfei, dopo averla sentita parlare in tv. Era il febbraio del 1984. Moira mi rispose e iniziammo uno scambio epistolare. Qualche anno dopo venne a Brescia e così la incontrai. Mi disse di finire gli studi da ragioniere: a 18 anni avrebbe parlato lei con i miei genitori e avrei potuto lavorare nel suo circo, se volevo. Mi diplomai e subito raggiunsi il Circo di Moira a Lecce. Inizia così una lunga esperienza professionale, che – con qualche interruzione per inseguire altri obiettivi lavorativi e per conoscere il mondo anche fuori dal circo – durerà fino al 2017, quando il Circo Moira Orfei, dopo la morte di Moira e del marito Walter Nones, chiuderà un ciclo».
Brescia fu dunque il suo ultimo palcoscenico. Morì nella sua casa mobile, nel sonno, il 15 novembre 2015, mentre fuori il suo circo stava per chiudere il sipario sull’ultima replica.
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