Cultura

«Mia zia Moira Orfei: una regina semplice, dolce e inclusiva»

Alessandro Serena, nipote della signora del circo, racconta la persona dietro la diva: «Femminista ante litteram, fu simbolo di indipendenza e forza»
Moira Orfei
Moira Orfei
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Uno dei nipoti di Moira Orfei, Alessandro Serena, racchiude in un aneddoto la potenza culturale di zia Moira. «Nei primi anni Novanta, Walter e Moira portarono in tournée in Italia il coro dell’Armata Rossa. C’ero anch’io quando incontrammo papa Giovanni Paolo II. Pensavamo di ottenere quattro righe sulla cronaca locale, e invece divenne una breaking news della Cnn: era la prima volta che soldati sovietici entravano in Vaticano. Non avevamo capito la portata dell’evento. La vita con loro – Moira e Walter – era così: portando in Italia i migliori artisti del mondo, riuscivano a far accadere cose incredibili».

Serena (ex circense e accademico esperto dell’argomento) parla di Moira e del marito Walter Nones. L’occasione è il decennale dalla morte dell’iconica zia Moira Orfei, che scomparve proprio a Brescia il 15 novembre del 2015. Oltre ad aver organizzato una serie di eventi sotto al nome «Moira per sempre» – il cui culmine sarà una serie di giornate di studio sull’arte circense al Dipartimento di Beni Culturali dell’Università degli Studi di Milano – Alessandro si è aperto con noi per ricordare la donna oltre l’icona, la zia oltre l’impresaria.

Moira Orfei e Alessandro Serena
Moira Orfei e Alessandro Serena

Alessandro, com’era zia Moira nel privato?

Era molto dolce con i bambini e con i ragazzini. Il ricordo che ho di lei è bellissimo ed emozionante. La mia è una storia particolare: a 13 anni i miei genitori mi dissero che avrei dovuto fare il ragioniere: i miei cugini erano già abili cavallerizzi, io meno. Anche se Moira non era d’accordo, frequentai le superiori e ogni volta che andavo in vacanza da loro lei era dolcissima: ero «il nipote costretto a stare via». C’era complicità. Con suo figlio, mio cugino Stefano, ero molto legato. Da adolescenti stavamo molto insieme: avevamo le prime fidanzate, volevamo giocare a calcio. Mio zio Walter era molto severo, pretendeva da Stefano risultati artistici altissimi. Era concentratissimo sulle prove e sulle esercitazioni. Alla fine venne ripagato con i successi. Anche lei ci teneva, ma ci copriva e ogni tanto ci dava 50mila lire per andare a mangiare la pizza. Mio zio non voleva che giocassimo a calcio perché potevamo farci male, lei invece era più dolce.

Che immagine le resta, dunque?

Quella di una regina semplice: quando tornava da un aperitivo con Mastroianni mi salutava come il suo nipotino. Crescendo ho imparato ad apprezzare anche altre sue qualità: era dolce, ma capace di severità estrema. Durante gli spettacoli, se c’era un costume fuori posto andava su tutte le furie e i collaboratori ne pagavano le conseguenze. Se lo spettacolo non andava bene, si facevano prove fino a notte fonda. Bisognava prestare attenzione ai suoi umori. Aveva però un carisma da vera donna di spettacolo, incredibile. Ed era molto generosa.

Una foto d'epoca di Moira Orfei
Una foto d'epoca di Moira Orfei

Come ha fatto a superare il confine del mondo circense diventando una figura mediatica e culturale così iconica e pop?

È stata una concomitanza di fattori, a partire dal grande lavoro di Walter Nones, suo marito, nel proporla sempre ai massimi livelli, curando sia la qualità degli spettacoli sia la comunicazione. Ma il resto non fu strategia: fu qualcosa di spontaneo. Era una donna che, guardandola oggi in retrospettiva, rappresentava valori che allora non erano ancora del tutto riconosciuti. Prendiamo la celebre foto di Mario De Biasi: siamo negli anni Cinquanta, dopo una guerra che lei aveva vissuto duramente ed essendo anche di salute fragile. Quella foto è la rinascita dell’Italia: non solo una bella ragazza in piazza San Babila, ma un simbolo di ripartenza. Ha attraversato sessant’anni di storia italiana, confrontandosi con protagonisti della cultura. Conosceva Pasolini – appassionato di calcio, giocava nella Nazionale spettacolo contro la Nazionale circo e frequentava il circo lui stesso – e Fellini, grande amante del circo e della famiglia Orfei. Fu intervistata da Enzo Tortora, e portò uno spettacolo nel cortile del carcere di Bergamo: Tortora, impossibilitato ad assistervi, le scrisse «non posso esserci, ma verrò a testa alta al tuo circo quando questo inferno d’infamia sarà finito». La sua vita si intreccia con la storia culturale del Paese.

Gli italiani si voltano, celebre scatto di Mario De Biasi in cui compare una giovanissima Moira Orfei
Gli italiani si voltano, celebre scatto di Mario De Biasi in cui compare una giovanissima Moira Orfei

Fu anche una femminista ante litteram…

Moira è simbolo di indipendenza e forza. Non si è mai visto un circo che per sessant’anni ha viaggiato con lo stesso nome femminile sul manifesto. E poi era orgogliosa delle sue origini sinti – vere solo in parte, forse forse una bisnonna – in un periodo in cui molti le avrebbero nascoste, e fu amica della comunità gay in un momento in cui non era scontato. Quella amicizia era sincera, spontanea, senza secondi fini politici. Per questo durante le giornate di commemorazione le dedicheremo una serata drag: erano amiche in maniera spontanea.

Il circo sul ghiaccio di Moira Orfei
Il circo sul ghiaccio di Moira Orfei

Lei era a Brescia quando morì?

No, ma ricordo perfettamente quel giorno. Ero a Milano, a lezione. Mi chiamò mio zio Walter, ma non risposi. Poi arrivarono altre chiamate e capii. In università avevo invitato il presidente di un organismo culturale russo e dovevamo andare a Brescia per assistere allo spettacolo. Mi comunicarono che zia Moira era mancata. Dissi: «Allora non andiamo». Ma Stefano rispose: «No, portalo lo stesso». Stefano mise comunque in scena lo show: era l’unico omaggio possibile alla madre. Ho negli occhi quell’esibizione piena di energia. Noi della famiglia Orfei siamo molto legati a Brescia, come lo era Moira. Con la città aveva un ottimo rapporto: era sempre molto attesa, c’era sempre tanta gente. Non era così ovunque, Moira aveva un legame speciale con alcune città e Brescia era tra queste. È anche una città attenta al circo contemporaneo, grazie a realtà come La Strada e a Luisa Cuttini. È un segnale interessante: Moira è l’icona del circo classico, ma paradossalmente ha stimolato la creatività generale. Negli anni Settanta quello che faceva era già una forma di circo contemporaneo: insieme a Walter cercava sempre il rischio creativo. Poi la formula è rimasta, ma la spinta innovativa che ha dato ha certamente influenzato le nuove generazioni.

Tra le immagini che la rappresentano ci sono anche i suoi elefanti. Oggi, con la nuova sensibilità verso gli animali, quale sarebbe la posizione di Moira?

Senz’altro avrebbe sostenuto l’importanza di aumentare il benessere animale. Il problema, oggi, è l’assenza di una legge chiara e il fatto che lo sviluppo urbano renda difficile avere spazi adeguati. Non ci sono più aree così grandi da poter ospitare e curare animali selvatici in modo dignitoso. C’è anche una sensibilità crescente: le persone mettono sempre più l’animale al proprio fianco, al proprio livello. Ma fin dall’antichità l’incontro con l’animale stupisce. Io non sono contrario agli animali nei circhi, purché il loro benessere psicofisico venga garantito sempre di più. Oggi, paradossalmente, il circo è uno dei luoghi dove sono trattati meglio, anche perché sono un capitale prezioso e perché con loro si crea un legame affettivo profondo. Moira oggi cercherebbe di riservare loro ancora più attenzioni, come ha sempre fatto. In ogni regione poteva contare su un veterinario di riferimento e chiamava luminari dall’estero per curarli. Quando succedevano incidenti, lei era distrutta. Stefano ha ereditato questa sensibilità.

Stefano Orfei con un leone durante uno spettacolo
Stefano Orfei con un leone durante uno spettacolo

Chi si sta dimostrando l’erede di Moira Orfei?

Un vero erede non c’è. Era un personaggio troppo unico. I più vicini sono la figlia Lara – che ha sposato un artista russo, e i cui figli, Moirina (Moira Jr.), Walter Jr. e Alexander, sono talenti promettenti, con l’eredità artistica di Moira e il rigore russo – e Stefano con la moglie Brigitta Boccoli. I loro figli hanno ereditato la sensibilità teatrale della madre. Ma una figura come Moira non ci sarà più. La sua vera eredità è immateriale: è l’ispirazione che ha portato in Italia e all’estero.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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