Michnik a Brescia: «La sconfitta di Orbán è una svolta per l’Europa»
Adam Michnik ha conosciuto i corsi e ricorsi della storia. Il 16 giugno 1989 era in piazza a Budapest, quando oltre 100mila persone celebrarono il funerale postumo di Imre Nagy e di altri dirigenti della rivolta ungherese stroncata nel sangue dall’Urss nel 1956. Il comunismo sovietico stava per essere travolto; quel giorno dell’89, il più appassionato discorso in difesa della democrazia arrivò da un giovane attivista: Viktor Orbán. Le cose cambiano e domenica scorsa Michnik ha visto migliaia di ungheresi festeggiare la caduta di Orbán e l’auspicata fine della sua «democrazia illiberale».
Il filo che unisce passato e presente è stato riannodato ieri a Brescia, nella Sala Bevilacqua dei Padri della Pace, in un incontro prezioso con Michnik, invitato in città dalla Cooperativa cattolico-democratica di cultura nell’ambito delle iniziative per i 50 anni dalla fondazione. Nato a Varsavia nel 1946, Michnik è stato un protagonista dell’opposizione al regime polacco, più volte incarcerato e poi al fianco di Lech Walesa nelle lotte di Solidarnosc. Ieri ha dialogato con Francesco M. Cataluccio, studioso della letteratura mitteleuropea e responsabile editoriale della Fondazione Gariwo, proprio partendo dagli avvenimenti ungheresi di questi giorni.
La parabola di Orban
«Nel 1989, dopo quel discorso, andai a cena con Orbán – ha ricordato l’intellettuale polacco –. Era un momento di svolta per tutta l’Europa centro-orientale, eravamo consapevoli che le cose stavano cambiando. Oggi la sconfitta di Orbán è una svolta altrettanto importante: si è presentato con due alleati come Putin e Trump e nonostante questo ha perso. I suoi 16 anni di governo sono stati una via dolorosa per gli ungheresi. Ora ci chiediamo cosa accadrà, perché non sarà facile “deorbanizzare” l’Ungheria. Lui era un attivista anticomunista, ma una volta al potere ha proposto una nuova forma di dittatura. Lo stesso avviene con Kaczynski in Polonia, un anticomunista diventato populista e alfiere di un altro modello autoritario».
I rivolgimenti che Michnik ha vissuto in prima persona autorizzano la cautela, ma anche la speranza: «Possiamo augurarci che da questa sconfitta nascano cambiamenti in tutto il mondo, fino alla caduta di Trump. Orbán sembrava irremovibile, ma abbiamo visto che nessuna vittoria è definitiva. Io sono della generazione del ’68. Abbiamo fatto tante cose, giuste e sbagliate. Ma abbiamo sempre detto: cerchiamo di fare anche quello che sembra impossibile, perché magari domani non lo sarà più».
Con Solidarnosc
Nel febbraio 1989, Michnik fu uno dei protagonisti della «tavola rotonda» tra Solidarnosc e il Partito comunista che pose le basi dell’attuale Polonia democratica. Il dialogo col «nemico» gli valse molte critiche: «Ma io non sono mai stato d’accordo con chi, tra le persone che frequentavo, diceva che l’unico comunista buono è quello morto. Il comunismo è stato Stalin, ma anche chi cercava di aiutare gli esclusi e i più poveri, o ha lottato contro il fascismo. Tra noi, in Solidarnosc, avevamo idee diverse ma l’obiettivo comune di lottare per la democrazia e il rispetto reciproco. Quello che si è perso con persone come Kaczynski e Orbán, che ha definito i suoi ex compagni di lotta “nemici della patria”. Noi volevamo raggiungere la democrazia e non il potere: se l’obiettivo diventa il potere, alla fine si arriva all’autoritarismo».

Un ricordo va all’amico Bronislaw Geremek, che da ministro degli Esteri portò nel 1999 la Polonia nella Nato. Nel 2004 il Paese entrò nell’Unione europea. «Geremek era un “cosmopolacco”, in grado di unire i valori democratici con quelli nazionalisti. Oggi vediamo le minacce che Trump rivolge alla Nato e il suo conflitto con l’Unione europea. La sua politica è scioccante, viola in molti modi il diritto internazionale, deride i Paesi considerati più deboli. La nuova alleanza fra Trump e Putin sembra voler fare di tutto per costringere l’Ucraina alla resa. La Polonia è stata uno dei Paesi più amici degli Stati Uniti, ma adesso quella fiducia è calata drasticamente. I comunisti mi chiamavano spesso “il cane al guinzaglio dell’imperialismo americano”, ma oggi non mi sento proprio così…».
A Brescia ha sostato davanti alla statua di Arnaldo, «il patrono dei dissidenti…». Il suo esempio è ancora valido: «Cerchiamo di opporci a ciò che non fa parte dei valori che vogliamo proclamare».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
