Perché i meme sul cibo parlano di politica, società e anche di noi

Da collezionista a curatore nel giro di un amen. Perché in un’epoca come la nostra, ossessionata dalla produttività e dall’efficienza, ha deciso di compiere un atto rivoluzionario: trovare un senso nel nonsense (spoiler: ce l’ha fatta) e, per dirla con parole sue, «decidere che la mia vita non sarebbe stata definita dal mio lavoro, ma dal mio cazzeggio». Da allora Alessandro Mininno, co-founder di Flatmates e Gummy Industries, esperto di street art, curatore, editore e guru social, ha acquisito il titolo di food meme curator.

Non una carica onorifica: è uscito per Krisis Publishing, il 20 gennaio, il suo «Cooking Memes. Archivio incompleto di memetica alimentare». Libro di quasi 500 pagine, di cui circa 150 a colori, che raccoglie una selezione di centinaia di meme sul cibo, capaci di iconografare gli attriti sociopolitici e ideologici che attraversano cultura, economia e potere.
Come sei passato dal collezionare meme a diventare un food meme curator?
Sono ossessionato dalle attività futili, come passare infinite ore online a guardare e salvare meme. Quando un gruppo di artisti, Clusterduck, mi ha chiesto di condividere alcuni dei meme che avevo collezionato per aggiungerli alla loro installazione in un’importante mostra d’arte contemporanea a Berlino, ho capito che le ore passate a raccogliere immagini avevano un senso. Da allora mi sono autodefinito food meme curator.
Come è nata l’idea di trasformare la tua collezione in un libro?
C’è stato un momento in cui ho superato i 1.500 meme: ho pensato che fosse una fotografia interessante della società in cui viviamo. A Brescia esiste una casa editrice, Krisis, che si occupa di digitale, politica e arte e mi è sembrata perfetta. Ne ho parlato con l’editore che ha subito abbracciato il progetto.

Nel volume il cibo è utilizzato come una lente attraverso cui leggere la storia della memetica e di internet. Che cosa ci dice?
Che scherzando sul cibo si può parlare di politica, di identità culturale, ma anche dell’evoluzione dei costumi della nostra società.
«Siamo simili alle persone che mangiano le cose che mangiamo, e diversi da chi mangia altro o da chi mangia lo stesso cibo cucinato in modo diverso»: quanto permea il discorso politico che sfrutta il cibo come propaganda?
Mangiare è una questione potentemente identitaria: basta pensare a come i casoncelli bresciani cambino da paese a paese e a come ogni piccola città si identifichi con una ricetta. Gli esempi potrebbero essere moltissimi: a Travagliato è considerato normale mangiare un cavallo, ma a Londra non è nemmeno lontanamente pensabile. Sono divisioni culturali, storiche, sociali e a volte anche economiche: i ricchi mangiano cose diverse dai poveri. La politica usa da tempo queste differenze in modo strumentale. Se la Lega storicamente stampava dei santini, dei primitivi meme di carta che dicevano «sì alla polenta, no al cous cous», oggi le destre di tutto il mondo hanno capito che si può fare la stessa cosa col digitale. La destra che ha portato all’elezione di Trump negli Usa padroneggia il linguaggio dei meme e li utilizza in abbondanza. L’ultima boutade in cui il presidente americano ha accusato gli immigrati haitiani di mangiare i gatti e i cani ha generato uno tsunami di meme. La politica li utilizza perché sono uno strumento fortissimo: sono fatti per propagarsi rapidamente online, gratis.

L’estetica del cibo ha una connessione con lo status sociale?
Il cibo è un bene posizionale: mangiamo certe cose (e le mettiamo su Instagram) per dimostrare chi siamo. Andare a pranzo da Mc Donald é un atto che ci caratterizza in un certo modo, così come lo è mangiare in un ristorante costoso. Lo stesso ingrediente, se cucinato, fotografato e raccontato in modo diverso, può comunicare uno status differente.
Il trend foodporn è ancora attuale?
Storicamente, l’industria alimentare fotografa il cibo in modo che ci faccia venire l’acquolina in bocca. Ma oggi mangiare non serve più solo a sfamarci: gli alimenti funzionali ci aiutano (dicono) a rimanere idratati, a dimagrire, a ingerire più proteine. E richiedono una rappresentazione diversa: non hanno più bisogno di essere succulenti e deliziosi. Quindi, i nuovi cibi che appaiono al supermercato sono pop, colorati, vistosi e non cercano di farci venire fame, ma di attirare la nostra attenzione. Abbiamo più cibo di quanto ne potremmo mai mangiare e abbiamo il privilegio di scegliere i cibi che forse ci fanno bene: la loro estetica ne è una conseguenza.
Che cosa è la Foodmo? E come la spinta virale ha ricadute reali sull’economia?
Se la fomo è la paura di perdersi qualcosa, la foodmo è la paura di perdersi qualche novità alimentare. Negli ultimi vent’anni moltissimi cibi si sono diffusi in modo sconsiderato grazie ai social e questo ne ha moltiplicato vendite e visibilità. Il cibo è sempre stato affetto da mode: c’è stato un periodo in cui si sono diffusi molti ristoranti di sushi, poi hamburger gourmet, poi ramen, poi poke. È il caso del Dubai Chocolate diffuso online al punto da muovere dei fatturati considerevoli (22 milioni di dollari nel primo trimestre del 2025) e addirittura da influenzare il prezzo delle materie prime. È internet!

Perché anche le aziende hanno iniziato ad utilizzare meme?
Usare i social, per le aziende, è molto difficile negli ultimi tempi: l’algoritmo riduce la visibilità dei contenuti e rende faticoso parlare col pubblico, specie quello più giovane. Per cui, usare i meme nella comunicazione commerciale è un modo di dire alle persone «hey guarda uso il tuo stesso linguaggio». Far capire al mondo che si è in grado di parlare il linguaggio di internet e, magari, ottenere visibilità in più.
A quale meme sei più affezionato?
L’intero capitolo sui meme che usano un umorismo nonsense mi fa impazzire.
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