Madre e figlia in dialogo a teatro: «La morte come metafora poetica»

Tra madre e figlia un dialogo che continua, anche oltre il tempo della vita condivisa e delle diverse prospettive generazionali, nello spettacolo di Matilde Vigna e Anna Zanetti, in scena mercoledì 4 febbraio alle 20.30 al Teatro delle Ali di Breno e giovedì 5 alle 20.45 al Teatro Odeon Prandelli di Lumezzane.
«Chi resta» è la figlia, interpretata da Matilde Vigna anche autrice del testo, in dialogo con Daniela Piperno nella pièce prodotta da Emilia Romagna Teatro e La Corte Ospitale, diretta da Anna Zanetti (Federico Meneghini video, Alessio Foglia progetto sonoro con musiche originali di Spallarossa, Umberto Camponeschi luci, Greta Cappelletti dramaturg). Ultime prevendite per la replica all’Odeon, solo in biglietteria al Teatro di Breno. Matilde Vigna, giovane attrice con all’attivo importanti premi (Ubu ed Eleonora Duse) introduce al debutto bresciano in risposta ai nostri quesiti.
Quale separazione ci annuncia il titolo?
«Capiamo subito, all’inizio, che qualcuno è morto. E capiamo che, pur essendo morta, la mamma è ancora lì e sprona la figlia ad occuparsi delle pratiche necessarie in questi casi. Nei dialoghi, tra il surreale e il troppo reale, proiezioni video mostrano nebulose e immagini dallo spazio profondo. Si susseguono ricordi, forse sogni, in un’atmosfera sospesa: cose piccole come una torta di compleanno, il pettinare i capelli. Poi il dialogo sale di intensità e nell’ultimo quadro lo scontro si risolve in una festa. Alla fine, la figlia si rivolge al pubblico: nel suo monologo c’è una presa di coscienza».
Quali diversità emergono tra le due figure?
«Io ho la parte della figlia: è ormai vicina alla menopausa, non sarà madre. È una donna adulta, single con partita Iva, ed è come se regredisse a una seconda adolescenza. La madre dal cielo sa tutto. In dinamiche che si ripropongono in qualsiasi rapporto tra madre e figlia questi due personaggi sono anche buffi. La figlia forse non vuole, o non può avere figli, questo per la madre è inaccettabile. Quando si smette di essere figli? I nostri morti in realtà sono sempre con noi. La produzione dello spettacolo ha una forte impronta femminile, ma lo sguardo è universale: tutti proviamo la perdita di un genitore».
Quali accorgimenti permettono la continuità del dialogo in dimensioni diverse?
«La scenografia è volutamente astratta, per ospitarle entrambe. Un cerchio bianco corrisponde a un tappeto, come luogo del dolore. Un cubo e un parallelepipedo si riveleranno contenitori. La rappresentazione non è lineare ma procede per quadri: nei passaggi le luci si abbassano e risalgono come tra un ricordo e l’altro. Quando ero piccola mi si diceva che morendo si va in cielo: ho mantenuto questa metafora con immagini evocative dello spazio interstellare. Non sappiamo niente della morte, come dei buchi neri. Ci accompagna il grande mistero della morte, così come siamo il mistero dello spazio. Il teatro ci dà la magia di trasporre nella narrazione la metafora poetica».
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