Lucilla Giagnoni al Borsoni: «Do voce e poesia alle scienziate»

Prosegue il cammino di esplorazione, tra poesia e scienza, nella realtà di ciascuno e del mondo a cui apparteniamo: Lucilla Giagnoni sarà al Teatro Borsoni dal 20 al 22 marzo (posti esauriti) con «Sinfonia fantastica. Le età della vita». Nella sala di via Milano 83, lo spettacolo di produzione del Centro teatrale bresciano è previsto, per la Stagione di prosa, ogni sera alle 20.30 e con doppia replica domenica anche alle 15.30. Per eventuali biglietti di rinunciatari ci sarà una lista d’attesa da mezz’ora prima di ogni recita.
Autrice e interprete, Lucilla Giagnoni si avvale delle collaborazioni di Maria Rosa Pantè per la stesura dei testi e del marito Paolo Pizzimenti per le musiche. Luci e immagini di Massimo Violato, assistenti alla regia Laura Vanini e Daniela Falconi. Ce ne parla l’attrice, in attesa del debutto bresciano.
Giagnoni, nel titolo dello spettacolo possiamo leggere un invito a guardare al di là delle tragedie e dei conflitti?
Spesso il teatro mostra l’oscuro, qui c’è la ricerca di un exit, di una luce. Si parla della vita e viene vista attraverso la finestra di spazio e tempo, scoprendo la sinfonia, della quale ognuno di noi è una nota. Se viene a mancare, il suono cambia. Questa è la penultima tappa di tre trilogie: l’ottavo spettacolo in venticinque anni di lavoro, poi ci sarà il nono. Due trilogie sono state dedicate all’esplorazione, questa è la Trilogia della generatività, dedicata a quel che devo ancora costruire, dopo una tappa d’impegno a mettermi in connessione con l’anima del mondo. Mi sono accorta di essere entrata in quella che gli induisti chiamano «età della foresta», in cui ci si ritira per meditare. L’Apocalisse parla del libro della vita, mi accorgo che tutti noi facciamo parte di un libro vivente.
Quali autori accompagnano questo cammino?
Molti autori mi hanno accompagnato, negli anni: da Dante e Shakespeare ai greci antichi, ma anche Pinocchio è importante, così come Don Chisciotte e l’Orlando Furioso, i Salmi e la poesia, soprattutto delle donne: mi colpisce perché concreta, semplice in apparenza. Tanti libri ho dentro di me, ma per questo spettacolo mi è stato difficile trovare un aiuto a spostare lo sguardo, verso tutto ciò che è al centro della vita. Teatro e letteratura sono molto antropocentrici, le poetesse sono arrivate prima dei maschi a questo diverso sguardo e più che far parlare gli scrittori darò voce alle scienziate.
Come si combinano scienza e poesia?
La scienza è sempre entrata nei miei lavori, la biologia in particolare ha compiuto rivoluzioni fondamentali, trasformando l’oggetto in soggetto da ascoltare. La fisica quantistica ci ha fatto evolvere, con un rischio: lo strapotere della tecnologia ne fa un ambito di dominio e violenza, tragicissimo. Voglio spostare lo sguardo: creature geniali danno ascolto a piante, fiori, animali; integrano saperi antichi, espressioni dei popoli delle foreste, apporti della scienza moderna. Abbiamo ereditato una rigida distinzione, ma lo scienziato ha bisogno di visioni, soprattutto quando si tratta di una realtà vivente. Cerco di dare poesia alle scienziate: è una sfida. Se noi figli delle piante, che vivono un tempo esteso, perdiamo il senso del tempo profondo, abbiamo meno possibilità di futuro. Contro le forze mortifere, bisogna mettersi in dimensione d’ascolto.
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