Storie dedicate alle tante vittime ignorate di ogni guerra, a coloro che «restano in piedi mentre tutto intorno a loro sta crollando». Sono i racconti di «Assedi: un teatro di guerra», il reading con il quale, giovedì sera alle 20.45, la giornalista Lucia Goracci aprirà la nuova stagione del Teatro Marconi di Calcinato, primo appuntamento di un cartellone ricco di proposte.
Lucia Goracci, oggi inviata di Raitre, documenta da vent’anni i principali conflitti del Medio Oriente. Il reading nasce dalle esperienze vissute «immergendosi» in molti fronti di guerra. Come ha spiegato al nostro giornale, non è però una cronaca dei fatti, ma piuttosto un diario personale, ispirato da quelle emozioni che il cronista sul terreno di scontro deve forzatamente contenere. Queste storie, invece, «scaturiscono nel momento in cui mi concedo a volte anche di piangere, mi prendo il tempo per dialogare con quelle persone dimenticate».
I biglietti (22 euro) sono disponibili online su vivaticket.it e presso la biglietteria del teatro in via Carlo Alberto 1, ogni martedì e venerdì dalle 17.30 alle 19, o 30 minuti prima dello spettacolo (info: 348/6335290 solo WhatsApp).
Lucia Goracci, «Assedi» è dedicato alle vittime anonime delle guerre?
«È dedicato a quelli che non entrano nelle cronache dei conflitti, alla loro dignità e alla loro voglia di vivere e non solo di sopravvivere. Il reading nasce dalle mie esperienze sui fronti di guerra contro lo stato islamico, ma anche dagli effetti che quei conflitti determinarono in Europa, con l’esodo nei Balcani che portò alla sospensione di Schengen».
Come darà voce a quei dimenticati?
«Una delle letture che farò è dedicata a una bambina che ho incontrato undici anni fa sulla frontiera tra Serbia e Ungheria, nell’anno della fuga dalla Siria. Assistette alle mie interviste sorridendo, mostrando l’apparecchio che portava ai denti. Intorno al suo apparecchio ho costruito il racconto, immaginando quanto fosse difficile mantenerlo lucido mentre quella bambina, come il milione di siriani che si mosse in quei mesi, era costretta a dormire nei campi di girasole della Croazia o nelle lunghe attese prima che i treni partissero per l’Europa».
Cos’altro ha voluto raccontare?
«Con l’aiuto delle bellissime immagini di Miki Stojicic, parlo delle fughe incastonate tra oppressori e liberatori, perché nei fronti di guerra siriani e iracheni i civili dovevano muoversi tra l’Isis e le bombe lanciate per stanarlo. Rievoco le fosse comuni, immaginando che mi parlino come in una Spoon River medio orientale. O la distribuzione degli aiuti che nel mio racconto diventano scatole dei desideri».
Accade spesso che chi combatte contro i regimi venga prima esaltato e poi dimenticato…
«In Afghanistan, nell’agosto del 2021 quando i Talebani rientrarono a Kabul, mi ritrovai sugli ultimi voli con cui si tentava di portar via gli afgani che avevano lavorato con gli occidentali. Ero in Siria quando i curdi deponevano le armi di fronte al nuovo presidente Ahmed al-Sharaa. Sono luoghi che mi stanno molto a cuore e dove il ruolo delle donne è fondamentale: le combattenti curde hanno difeso Kobane, hanno riconquistato al-Raqqa, e non si sa nemmeno se potranno mantenere il loro ruolo nella società. Anche molti iraniani con cui ho parlato in questi mesi si illudevano che l’intervento americano fosse volto a un rovesciamento del regime. C’è sempre un doppio standard nelle scelte dell’Occidente e invece si compie un gravissimo errore, perché contro i fondamentalisti queste forze giovani sono il nostro principale alleato».
L’ultimo assedio che sta raccontando è quello dei coloni israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania…
«C’è un’agenda non solo di conquista delle loro terre, ma di sradicamento. Che il mondo resti impassibile e impotente di fronte a tutto questo, secondo me, è rischioso anche per le architetture di quell’ordine mondiale fondato sui diritti che proprio noi occidentali abbiamo creato e difeso».



