Guerri: «Mussolini assetato di potere, ma nel privato quasi insicuro»

Interpretare il fascismo alla luce dell’attualità, scrive Giordano Bruno Guerri, significa «spiegare perché è impossibile che torni, mancando le condizioni che a suo tempo lo avevano fatto nascere». Guerri guardava dunque anche alle dinamiche di oggi mentre scriveva «Benito. Storia di un italiano» (Rizzoli, 348 pp., 27 euro), la biografia di Mussolini che il presidente del Vittoriale di Gardone Riviera presenterà oggi, venerdì 3 ottobre, alle 17 a Librixia, nella BCC Arena di piazza Vittoria. Con lui dialogherà lo storico Roberto Chiarini.
Professor Guerri, lei non teme un ritorno del fascismo?
Si continua a parlarne, ma in realtà questo pericolo non esiste per l’Italia sotto quella forma. Il pericolo oggi è tutt’altro: la Cina guidata da un partito unico, la Russia di Putin, il controllo dei mezzi di comunicazione da parte di pochissime persone che possono influenzare addirittura il voto.
Lei scrive che «gli italiani erano mussoliniani, non fascisti».
In Italia i fascisti erano pochissimi. Gli italiani erano tutti mussoliniani, perché il fascismo era una filosofia politica anche complessa e impegnativa. La sua prima regola era che lo Stato è tutto e l’individuo fuori dallo Stato non conta niente. Credo che nessuno conosca un italiano che la pensa così… Era lo stesso anche allora: amavano il Duce come figura carismatica che prometteva di risolvere i problemi di tutti.
Il titolo «Benito» dà l’idea di un rapporto confidenziale tra il Duce e gli italiani…
Così lo chiamavano al bar o in famiglia, come si usa per i capi salvifici. Di questi abbiamo molti esempi nella storia d’Italia. Anche con la democrazia, gran parte del nostro popolo ha continuato a sperare in un capo salvifico: da De Gasperi a Togliatti (non a caso detto «il Migliore»), a Craxi, e poi via via Berlusconi e tutti quelli che sono seguiti e sono caduti.
Anche Giorgia Meloni?
Certo, anche lei è un capo carismatico.
Si sofferma sulla vita del giovane Mussolini. È allora che si formano i tratti fondamentali del futuro Duce?
Senza parlare della sua giovinezza non si capisce quello che è successo dopo. È determinante, al punto che io trovo fuorviante l’operazione di Antonio Scurati nel libro e nella serie televisiva «M Il figlio del secolo», in cui si inizia a parlare di Mussolini dal 1919. Questo impedisce di capire la personalità dell’uomo.
Nel complesso, quale ritratto esce del dittatore?
La mia conclusione è che a Mussolini importava soprattutto raggiungere e mantenere il potere: che fosse da socialista o da fascista, poco cambiava per lui. Il ritratto complessivo è negativo, il fascismo ha privato della libertà per 20 anni un intero popolo. Da qui a dire che Mussolini non ha fatto niente di buono, tuttavia, ce ne corre. Io cito come esempio il caso della tubercolosi, che nel 1918 fece in Italia 78mila vittime e fu quasi debellata durante il regime. Probabilmente l’avrebbe fatto anche un governo liberale, così come avrebbe rivisto la legislazione sul lavoro, costruito strade… Fatto sta che lo fece Mussolini, con un dinamismo straordinario. Le sue pesanti responsabilità, comunque, sono innegabili, e lo racconto bene nel libro.
Quanto il Mussolini privato si distaccava dall’immagine pubblica?
Nella vita privata era un italiano medio, timoroso della moglie che comandava in casa, donnaiolo in un modo molto sbrigativo, sostanzialmente timido. Il paradosso è questo: fuori dal suo ruolo era un uomo direi quasi insicuro.
Che differenze o analogie vede tra «Benito» e gli autocrati, o aspiranti tali, di oggi?
Sono paragoni azzardati, ma la caratteristica comune è l’aspirazione a mantenere il potere e a realizzare troppo rapidamente i propri obiettivi. Per farlo, non tengono le regole in nessun conto e costringono i loro popoli a correre oltre le loro possibilità. A un certo punto, quindi, tutto si sfascia.
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