Lucarelli: «Il mio libro più cattivo, quello che fa paura ai padri»
Il libro più cattivo che Carlo Lucarelli abbia mai scritto? Quello presentato ieri sera a Librixia all’Auditorium San Barnaba. Parole sue, misurate, pacate, ma coinvolgenti come solo un narratore come lui sa fare. «Almeno tu», edito da Einaudi e pubblicato ad aprile, è un salto nel buio delle due più grandi paure di un padre: «I Carabinieri che ti suonano alle due di notte, e sapere che il rapporto che hai con tua figlia non è quello che pensavi».
Lucarelli, padre di due «bimbe» – come le chiama lui – di quattordici anni, parte da qua. E l’ha fatto anche ieri sera, dialogando con la direttrice artistica di Teletutto Maddalena Damini, in una chiacchierata che ha preso il via dal romanzo, ma che ha spaziato su tanti temi ed aneddoti, scatenando emozioni e anche – nonostante i temi – qualche risata: la narrativa, lo stile di Lucarelli - «Io sono un giardiniere, semino e vediamo quello che salta fuori» -, l’adolescenza, i social, quanto di sé c’è in questo lavoro - «all’inizio del libro tantissimo, ed era la prima volta che mi succedeva, il protagonista all’inizio sono io» -, la vendetta, la verità – e tutti i suoi aggettivi, giudiziaria, politica, storica, assoluta –, quello che oggi è la televisione di cronaca. Prima della serata, però, l’autore, giornalista, conduttore televisivo e radiofonico e sceneggiatore ha risposto ad alcune domande sul suo lavoro, sul disagio giovanile e sul caso Garlasco.
Partiamo dal libro. Come è nata questa storia e quanto è stato difficile scriverla, da padre?
È stato molto difficile scrivere questo libro, che è un po’ diverso dai miei lavori soliti. Non so perché, ma volevo scrivere un libro che mi desse fastidio, che mi facesse male, che per le prime quarantasette pagine fosse devastante e poi desse vita a qualcosa di nuovo. A volte abbiamo bisogno di star male per rinchiuderci dentro il dolore e capire determinate cose. E così ho scritto un libro che facesse paura a quelli come me, cioè i padri, mettendoci le due cose che fanno più paura quando si pensa alle proprie figlie.

Tra i tanti temi di questo libro c’è il disagio giovanile, del quale oggi si parla tanto. Malattia di questi tempi o in fondo sempre stato e oggi se ne parla solo di più?
Credo ci sia sempre stato, magari con forme, opportunità e modalità diverse. Oggi ci sono i social, i cellulari, mezzi diversi che influiscono e che affascinano i più giovani, lo fanno anche con le mie figlie. Però ai nostri tempi eravamo adolescenti inquieti anche noi, avevamo altri problemi. C’era un altro modo di manifestare il disagio, questa è la verità. Siamo sempre portati al dire “una volta”: io sono figlio degli anni 60, ero adolescente tra il 1975 e il 1985 e non era un bel periodo per il nostro paese, gli adolescenti inquieti avevano le pistole, e se non avevano le pistole avevano le siringhe. Una certa inquietudine c’è sempre stata e ci sarà sempre.
Parlando di cronaca in questi giorni non possiamo esimerci dal parlare di una caso che è tornato alla ribalta in questi giorni: Garlasco. Rischiamo diventi il caso infinito della giustizia italiana?
Ma no, prima o poi finirà, qualcuno che sta in galera c’è già, tra un po’ uscirà. La verità in ogni caso verrà fuori e si chiuderà tutto. Io credo che tra un po’ finirà perché i fatti quelli sono, quelli verranno giudicati.
Possiamo dire però che indipendentemente dal verdetto ad uscirne scornata sarà sicuramente la giustizia italiana? Sicuramente sì, se siamo a questo livello è perché sono stati fatti degli errori, dal punto di vista investigativo e processuale. Se tutto fosse andato liscio non saremmo qua no? Quando parliamo di queste cose di solito noi parliamo di cold casse, che sono quelli in cui qualcosa è andato storto. Non c’è nessuna difficoltà a dire che qui le cose non sono andate come dovevano, no.
Quanto ha influito in questo il fatto che Garlasco sia diventato un caso mediatico e che la stampa lo abbia quasi trasformato, ad un certo punto, in uno show?
Ci sono dei casi che sono mediaticamente più fortunati di altri perché colpiscono di più. Di casi dalla dinamica simile a quella di Garlasco ce ne sono stati altri, che però non vediamo di più, così come casi simili a quello di Simonetta Cesaroni: perché quelli non sono finiti sui giornali? Mancava qualcosa. Il caso di Garlasco interessa per gli stessi motivi per cui interessano i romanzi gialli. Una casa, un delitto della camera chiusa con le scale, le tracce di sangue, una vittima che piace non in maniera morbosa, ma perché è una ragazza che guardi e istintivamente ti fa pensare «ma no, ma dai, ma cosa le avete fatto poverina?». Così è stato anche Simonetta Cesaroni: uno spazio chiuso, una ragazza bella, giovane, normale, il ritratto della tenerezza. Sono casi fortunati, chiaramente non per chi le vive, ma per i media che le raccontano.
Per chi fa informazione, quindi, in casi come questi, qual è la linea da non superare mai?
Io non voglio insegnare il mestiere a nessuno, chiaro, però un giornalista o uno scrittore quando dà informazione dovrebbe secondo me sempre chiedersi «quello che dico, perché glielo sto dicendo?». Se dico «uccisa da 29 coltellate» perché devo dirti che sono proprio 29 e non tante coltellate? Perché 29 è un numero importante e serve per descrivere. L’altro punto è quello di non prendere posizione mai prima che arrivino notizie certe. Questo è chiaramente un problema, ci sono professioni – e mi ci metto dentro io in prima persona – che hanno necessità di dire subito delle cose. Le legge e l’investigazione sono molto più lente: se qualcuno ti parla di Dna servono tre mesi prima di avere delle risposte. Se sono in trasmissione tv posso parlare di Dna e poi salutare i telespettatori dando appuntamento tre mesi più tardi chiudendo la saracinesca? No. Ma torniamo al punto di partenza: quando dico una cosa lo dico per un motivo o semplicemente perché devo mantenere alta l’audience puntando il dito su qualcuno? Sta, secondo me, tutto qua.
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