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Cultura e spettacoli

Messetti: «La Cina è inafferrabile, lasciamo da parte gli stereotipi»

La studiosa e opinionista presenterà il suo ultimo libro, «La Cina è un’aragosta», questa sera a Sirmione
Francesca Roman
Giada Messetti
Giada Messetti

Lungimirante ma inafferrabile. Da guardare con nuovi occhi, curiosi e non giudicanti, e da ascoltare, nelle parole dei suoi abitanti. Perché la Cina non si può leggere in modo univoco, e Giada Messetti racconterà i suoi punti di vista al pubblico questa sera, venerdì 18 settembre, alle 20.45 al Palazzo dei Congressi di Sirmione (ingresso libero con prenotazione sul sito Visit Sirmione).

La studiosa e opinionista presenterà il suo ultimo libro «La Cina è un’aragosta» (Mondadori, 228 pp, 18,50 euro), dialogando con Alessandro Belmonte, ma ben volentieri ci anticipa al telefono qualche considerazione. Non indugiamo nel chiedere chiarimento sul paragone del titolo, perché l’autrice lo spiega nella sinossi in seconda di copertina: come l’aragosta, che crescendo è costretta ad abbandonare il vecchio carapace e ad aspettare, vulnerabile, che se ne formi uno nuovo, anche la Cina di oggi sta vivendo una fase di muta faticosa e complessa.

Giada, nel libro lei descrive una Cina che spesso sfugge agli stereotipi occidentali: qual è il pregiudizio che vorrebbe smontare più di ogni altro?

Che la Cina è un Paese che si può leggere in modo univoco, o bianco o nero. Purtroppo, dato che è molto lontana geograficamente ma anche dai nostri studi, noi tendiamo a cercare conferma, in quello che leggiamo, delle cose che pensiamo di sapere sulla Cina. E invece bisogna entrare in una nuova era della curiosità, interessarsi a questo Paese in modo nuovo, con occhi in grado di cogliere le sfumature.

Quindi non bisogna guardare alla Cina con occhi troppo occidentali?

Vero, perché spesso così si creano equivoci e incomprensioni, perché i cinesi hanno un modo di pensare completamente diverso dal nostro. Tutte le previsioni che ha fatto l’Occidente sulla Cina non si sono avverate, proprio per questo motivo. Capire come ragiona la Cina è importante anche per provare prevedere cosa può fare la Cina. Detto che i documenti programmatici del governo cinese spiegano abbastanza didascalicamente quali sono i suoi obiettivi e le ambizioni e come cerca di raggiungerli.

Quanto è cambiata la Cina rispetto a quella che aveva iniziato a conoscere anni fa?

È completamente diversa, tutto un altro Paese. Io sono andata per la prima volta in Cina nel 2002 e ho trovato un Paese povero, contadino. Ho un ricordo di Pechino, che non so dire oggi se sia vero o inventato, ma ho in mente una strada che non aveva l’asfalto. Oggi Pechino è una città del 2040 a confronto delle nostre.

Cosa dovrebbe imparare l’Europa dalla Cina, e che cosa invece dovrebbe assolutamente evitare di imitare?

Sicuramente il Paese asiatico ha una cosa in cui è migliore di noi: una programmazione e una visione su lungo periodo, che in Occidente non c’è più. Noi siamo più legati all’oggi e all’emergenza, piuttosto che chiederci: cosa vuol essere l’Europa tra dieci anni? Questo è un grosso problema, e anche un grosso svantaggio strategico. Che cosa non dovremmo imparare invece? Beh, l’Europa è la parte del mondo in cui i diritti umani sono sacri, anche se oggi temo che stiamo un po’ perdendo autorevolezza con la gestione delle migrazioni.

Dopo tanti anni trascorsi a studiare e raccontare la Cina, qual è l’aspetto di questo Paese che sente di capire davvero e quello che, invece, continua a sfuggirle?

Gli esperti di Cina non esistono, perché la Cina è inafferrabile. Quindi credo che mi sfugga ancora tutto, nonostante la frequenti da 24 anni, ci vada spesso e abbia amici cinesi. È un mondo che mi stupisce spessissimo, non sempre in positivo, ma è sempre una scoperta.

Se domani potesse portare in Cina un italiano che ha un’idea completamente stereotipata del Paese, dove lo porterebbe e che cosa gli farebbe vedere per fargli cambiare prospettiva?

Cercherei di farlo parlare con dei cinesi, perché nella mia esperienza sono quelli che mi hanno veramente spiegato le cose. Far parlare le persone tra loro è quello che cerco sempre di fare nel mio piccolo: creare ponti di dialogo, piuttosto che muri.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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