La Cina è il paese che, in questo momento, sta cambiando più di ogni altro nel mondo, e tra le persone che stanno contribuendo a trasformare la Repubblica Popolare Cinese c’è anche un bresciano. Si tratta di Claudio Milanesi, che, con il suo studio Milanesi|Paiusco, sta progettando il nuovo Consolato Generale d’Italia a Shanghai.

Da Pralboino
La storia di questo 37enne bresciano inizia a Pralboino: «Ho studiato ingegneria a Brescia, poi, durante la magistrale, ho vinto una borsa di studio e ho completato la tesi in Canada, all’Università di Toronto. Appena laureato, ho iniziato a lavorare a Brescia per uno studio che si occupava di ingegneria ambientale, e un anno dopo è arrivata la prima grande svolta per la mia carriera – racconta –. Un’azienda di Treviso, consulente per il primo progetto di Renzo Piano in Cina, mi ha contattato e mi ha chiesto di partecipare a una selezione. La ragione? Avevo un’importante esperienza all’estero e, a Toronto, avevo lavorato nel dipartimento di Material Science, specializzandomi nell'innovazione di materiali per l’edilizia. Nel progetto di Piano, c’era una difficoltà nelle opere in calcestruzzo, quindi cercavano una persona con le mie competenze».

Le cose possono cambiare in un attimo: «Ho fatto il colloquio martedì, giovedì mi hanno detto che mi avevano preso e lunedì ero in Cina. È stato uno shock, ma non potevo non accettare: stiamo parlando della possibilità di lavorare con uno dei più grandi architetti al mondo», ricorda l’ingegnere bresciano.
Ma la situazione si rivelò ben diversa da quella che si era immaginato: «L’esperienza doveva durare 6-8 mesi, ma quando arrivai mi spiegano che c’erano solo le fondamenta e che non saremmo riusciti a completare i 16 edifici in pochi mesi. Alla fine, quei 6 mesi sono diventati tre anni e mezzo. Facevamo turni di tre mesi in Cina, tornavamo una settimana-dieci giorni in Italia e poi ripartivamo».
L’arrivo di Paiusco
Durante il progetto per l’headquarter della casa di moda JNBY, Claudio ha incontrato Diego Paiusco, che sarebbe diventato suo socio: «Diego era già in Cina quando sono arrivato. Lavoravamo in uffici separati – io in quello tecnico, lui nel project management e qualità – ma col tempo siamo diventati amici e ci siamo sostenuti a vicenda per arrivare alla fine di questa avventura».
Portare a termine il primo building workshop di Renzo Piano in Cina ha consentito a Claudio e Diego di aprire il loro studio e di inserirsi nel cuore dell’architettura contemporanea cinese: «Lo studio inizialmente era un computer fisso e due persone in un appartamento, ma Renzo Piano aveva portato a Hangzhou il suo stile unico, che avrebbe influenzato l’architettura della città. Il successo del nostro lavoro ci ha aiutato a partecipare alla prima gara di progettazione per il Tederic International Center, che poi abbiamo gestito fino alla consegna. Non è stato tutto facile – racconta Claudio – il 2019 è stato un anno che non rivivrei mai. Alle presentazioni portavamo il nostro computer, che aveva una scheda grafica potente, e avevamo affittato un garage sperduto a 25 km da Hangzhou per costruire i modelli, raggiungendolo con uno scooter elettrico. I campioni di materiale li facevamo asciugare a casa, nel box doccia. E tutto senza contratti, erodendo le riserve economiche che io e Diego avevamo accumulato. È un circolo senza uscita: senza un progetto completato, nessuno ti dà fiducia per il successivo. Fortunatamente a noi è andata bene».

Il dopo-Tederic
Con il completamento del progetto Tederic, arrivano i riconoscimenti e anche il cambio di nome dello studio. «Nasce per un progetto in Italia, un bando indetto dal Comune di Finale Ligure per il piano urbanistico dell’ex area Piaggio. Contemporaneamente, ci aggiudichiamo anche un grande progetto di consulenza per lo studio Herzog & de Meuron, il Grand Canal Museum a Hangzhou. Da qui nasce l’esigenza di un ufficio che si occupasse di comunicare il nostro lavoro e la nostra filosofia. L’evoluzione era naturale – come ci ha spiegato il 37enne –. Da un punto di vista legale e commerciale, per la registrazione del marchio e la presenza in Europa, serviva un nome più gestibile a livello internazionale. Così, Forme è diventato il nostro centro di ricerca e consulenza, mentre Milanesi|Paiusco è diventato il nome che racchiude tutti i servizi dello studio».

Perché a Hangzhou
La decisione di aprire lo studio a Hangzhou, anziché a Shanghai, si è rivelata vincente: «Abbiamo voluto fare un passo diverso – spiega Claudio – evitando il cliché degli stranieri a Shanghai. Hangzhou è una città importante, ma più integrata nel contesto locale e tradizionale. Ci siamo detti che, se volevamo progettare e conoscere davvero questo mercato, dovevamo essere locali e capire come sviluppare le nostre idee adattandole a questo contesto, rispondendo ai bisogni fondamentali dell’architettura».
Questo approccio si è perfettamente allineato con la grande fase di trasformazione che sta vivendo la Cina: «Il paese stava attraversando un momento cruciale, dal “made in China” al “made from China”. Prima era conosciuto come un mercato di bassa qualità, ora è diventato un mercato maturo nei processi e nei prodotti, mettendo in difficoltà altri mercati globali. Questo ci ha permesso di ottenere progetti in Cina che hanno poi funzionato da palestra anche per il nostro lavoro in Italia e in Europa».
Riconoscimenti
In meno di sette anni, lo studio ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui selezioni alla shortlist del World Architecture Festival (WAF) negli USA e dei Dezeen Awards China 2025, il Silver Award agli IDA International Design Awards 2025, l’American Architecture Master Prize 2024 e gli Asia Pacific Interior Design Awards.

I progetti sono aumentati: «Ora stiamo lavorando molto con Brembo – dice Milanesi –. Abbiamo progettato il loro Inspiration Lab di Shanghai (il secondo al mondo dopo quello della Silicon Valley), il refit dell’Headquarter Brembo China a Nanchino e diverse altre sedi. Continuando a collaborare con Tederic Global, stiamo seguendo il parco industriale Tederic Giga Factory nella città di Tongxiang e un sito di produzione in Portogallo. Stiamo anche completando la consulenza per il Grand Canal Museum di Hangzhou, progettato da Herzog & de Meuron, e abbiamo collaborato con Neri & Hu per una ricerca sul calcestruzzo».
Nel mondo
Ma cosa ha spinto un ragazzo di Pralboino a cercare la sua strada dall’altra parte del mondo? «Diciamo che c’era la voglia di non restare a casa, l’esigenza di non perdere tempo – spiega Claudio. L’esperienza a Toronto è stata fondamentale: quando sono tornato in Italia, mi sono detto che, se non avessi trovato occasioni qui, avrei dovuto guardare fuori. Non avevo aspettative, ma sentivo il desiderio di esplorare qualcosa di nuovo, e il percorso che mi è capitato mi è sembrato molto interessante».
«Nel nostro studio – conclude – c’è una frase che scriviamo come claim: “Costruire l’identità della città del futuro”, perché oggi, con l’intelligenza artificiale, la tecnologia e i cambiamenti degli equilibri mondiali, il tema dell’identità è centrale e le persone lo ricercano. L’architettura ha un ruolo cruciale, poiché risponde al bisogno di avere un rifugio dove vivere e socializzare, definendo la nostra memoria e creando gli spazi dove viviamo».



