«Il dramma delle nostre vite spezzate nel Teatro di Mariupol»

Quando le bombe sganciate dagli aerei da combattimento russi sono piovute dal cielo, quel 16 marzo del 2022, accovacciate fra i camerini e la platea del Teatro di Mariupol c’erano seicento persone. Nonostante la cubitale scritta bianca «bambini» tracciata a vernice nel piazzale come una preghiera, i due ordigni da 500 chili sono piombati sulle campate neoclassiche e hanno fatto una strage.
Quello stesso teatro è stato ricostruito dai russi e inaugurato lo scorso dicembre. Un’operazione portata avanti in pompa magna dalle autorità di Mosca, ma aspramente criticata a livello internazionale.
Affinché le vittime non siano dimenticate e quei fatti mistificati, gli attori superstiti della storica compagnia del Teatro Drammatico hanno scritto «Mariupol Drama», che approderà nella nostra città domani sera, alle 20.30, al Cinema Teatro Sereno (Traversa XII). Lo spettacolo-documentario sarà recitato in lingua originale (con sottotitoli) da Olena Bila, suo marito Ihor Kytrysh, il loro figlio 14enne Matvii e Vera Lebedynska. Biglietti a 15 euro su Karabas.it, in biglietteria o contattando i numeri 388.7848245 o 388.5863009). Abbiamo intervistato gli attori, che interpretano se stessi.
Come nasce questo lavoro?
Quando ci siamo dovuti trasferire nella regione dei Carpazi ci hanno intervistati chiedendoci come fossimo sopravvissuti. Era un’inchiesta durata giorni, che ha coinvolto tutti gli attori e i dipendenti del teatro, circa 200 persone. È allora che il drammaturgo Oleksandr Havrosh ha pensato di far conoscere questa storia.
Vera, come era la vita prima del bombardamento?
Recitavamo e mettevamo in scena spettacoli con entusiasmo. Io lavoravo anche in un collegio musicale, occupandomi dell’impostazione della voce degli attori. Era una bella vita, a un passo dal mare. La guerra è arrivata inaspettata e, quando l’hanno annunciata, non sapevo cosa fare. Mio figlio mi diceva che avrei dovuto andarmene, ma io pensavo che fosse qualcosa di temporaneo e che tutto si sarebbe sistemato. Non credevo che nel XXI secolo potesse accadere una cosa del genere. E invece tutto si è capovolto.

Olena, dove eravate al momento della tragedia?
Io e mio marito ce n’eravamo andati dal teatro solo il giorno prima. Lavoravamo a Mariupol insieme da quasi 20 anni. Il teatro aveva un grande repertorio ucraino, e lo sottolineo, con laboratori di scenografia, sartoria e parrucche, oltre a vari reparti artistici. Sono grata di aver lavorato lì: ho costruito la mia solidità professionale, ho maturato esperienza, e questa esperienza la porterò avanti anche in futuro.
Quanto è importante questo lavoro per mantenere viva l’attenzione sull’Ucraina?
Molto, perché le vittime sono sempre di più e la guerra non accenna a fermarsi. Io vorrei gridare al mondo per far sentire la mia voce e ricordare che la gente continua a morire. Non è comunque facile portare in scena uno spettacolo in cui dobbiamo interpretare noi stessi, cosa a cui non eravamo abituati, e recitare senza un finale. La consapevolezza che non c’è una conclusione ci fa rivivere quel dramma ancora e ancora.
Come riuscite sopportarlo?
Per noi è come se questo spettacolo fosse una seduta di analisi perché, quando nelle nostre date in giro per l’Europa raccontiamo quello che abbiamo vissuto, molto spesso ci accorgiamo che nel pubblico ci sono ucraini scappati dalla guerra. È una cosa che ci fa sentire meglio. Ci permette di ricordare come era la nostra città, la rivediamo. Ed è emozionante quando finisce lo spettacolo ritrovarci a parlare con i nostri connazionali: piangiamo e ci abbracciamo.
Che significato ha per voi mettere in scena quest’opera quando il dramma della guerra è ancora in corso?
Una missione del nostro spettacolo è ribadire che il Teatro di Mariupol non doveva essere ricostruito. Lì sono morte 1.100 persone. Si doveva erigere un memoriale, non costruire un teatro sopra i cadaveri. Le persone rifugiate in platea sono morte e non sono nemmeno state seppellite. Per noi è importante trasmettere anche questo messaggio. Ci sono colleghi attori che sono rimasti a Mariupol a lavorare coi russi. Noi il nostro teatro ce lo siamo portati via nel cuore.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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