Tra acqua e cera: da dove viene la seriöla?

Le più antiche sono quelle della bassa; relativamente più recenti, figlie dell’industrializzazione ottocentesca, sono quelle che percorrono le valli; ma tutte svolgono la funzione di «portare a spasso» le nostre acque: per irrigare i campi le prime, per alimentare mulini, fucine e centrali elettriche le seconde. Stiamo parlando delle seriöle.
Il vocabolo ha parecchie varianti - sariöla, sargiöla, sergiöla ecc. - e diminutivi (maschili): sariulì/sargiulì. Da dove ci arriva il termine seriöla? Le ipotesi sono più di una: certuni rimandano a seria/serea, termine latino che indicava un vaso, un contenitore di terracotta per alimenti. Più vicina al vero mi sembra l’ipotesi che si rifà alla radice preromana (per alcuni forse anche preindoeuropea) *sar/*ser con significato di scorrere, fluire. Il vocabolario del dialetto bergamasco del Tiraboschi (1873) la vorrebbe derivata dal nome del fiume Serio.
La congettura sarebbe suggestiva, senonché anche il nome del fiume Serio deriva probabilmente dalla radice preromana già citata (si pensi al Serchio, al Sarno ecc.) La seriöla che compare nel nome di alcuni santuari mariani (come la Madona dela Seriöla di Montisola) non ha invece nulla a che vedere con le derivazioni idrauliche; la seriöla/seriola è, in alcune terre del nord Italia, un nome alternativo per indicare la ricorrenza della Candelora (2 febbraio) e, più che con l’acqua, ha a che vedere con la cera. Altri tirano in ballo il cerro: sèr o seradèl, una varietà di quercia. Chisà chei che gh’a rizù!?
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
