«Onda su onda, il mare mi porterà / alla deriva ecc.…»: la scrisse Paolo Conte nel 1974. Le onde, anche quelle della canzone, continuano ad andare avanti e indietro senza fretta, incessantemente… Per dirla tutta, il bresciano la pensa diversamente e onda è vocabolo che da noi evoca proprio la fretta: Gh’o fat sö le scale de onda; som particc de onda…
Di suo, il vocabolo è molto antico, risale al misterioso indoeuropeo (*wed/*ud) e rimanda comunque all’acqua. Tento di darmi ragione di questa parziale incongruenza (talvolta le onde del mare, infatti, corrono pure esse in fretta) pensando alle onde del fiume, che invece scivolano via veloci tra i sassi. Ogni lingua ha le sue espressioni per esprimere la fretta e la rapidità: dal francese à grande vitesse al russo strjemitjel’no, dallo spagnolo de toda prisa all’în graba del rumeno e così via. Indubbiamente però questo tutto nostro fà le robe de onda è originale.
Anche l’espressione a töta bira ha il suo perché. C’è la birra e verrebbe da pensare ad un’origine germanica; e invece si tratta della solita cantonata linguistica: l’espressione è probabilmente la deformazione del francese à toute bride (a tutta briglia). Infine, a metà tra la fretta e la rapidità, abbiamo la nostra bella locuzione en fresa en frisù, dove il secondo termine è la forma ingigantita del primo, segnata dal vezzo linguistico di maschilizzare tutto ciò che è più grande e più grosso. Così, senza fretta, abelàze abelazìne, siamo arrivati alla fine anche di questa dialèktika.



