Per vendemmiar di maggio

Maggio risveglia i nidi, / maggio risveglia i cuori; / porta le ortiche e i fiori, / i serpi e l’usignol, cantava Giosue Carducci. Più prosaicamente mio nonno materno, quando ammazzava il maiale, metteva da parte una bella pancetta che conservava per el mas long, per il «maggio lungo». E io mi chiedevo perché maggio fosse «lungo», visto che tra i mesi non è il solo ad avere trentun giorni. Ancora oggi la questione è per me misteriosa e irrisolta (anche se una mezza idea ce l’avrei).
Interessante è poi il nome del mese: mas. Il dizionario del Micheli (2020) recita: Antico nome del mese di maggio, oggi del tutto dimenticato; in effetti, oggi molti, anche tra i dialettofoni di provata fedeltà, gli preferiscono màgio. Fausto Balestrini nel suo La dolce terra della piccola Longobardia si pone la questione analizzando il proverbio Fin ai quaranta de Mars – che, fatti i conti, sarebbe il nove di aprile – lassa mia zó i stras, cioè, gli abiti pesanti (che sarebbe poi la versione bresciana dell’aprile non ti scoprire).
Ma quel mars – ipotizza il Balestrini – anticamente doveva piuttosto essere mas, maggio, e non solo per questioni di rima; l’invito, più consono alle nostre latitudini, era a non scoprirsi almeno fino al quaranta de Mas, ovvero i primi giugno: Avril gnà en fil, Magio va adagio, Zögn derv pör el pögn. Ma chissà: cambia il clima e forse cambia anche il dialetto! Da mas viene poi mazèng (ma anche mazàdec), il fieno tagliato a maggio, che doveva essere anche il fieno migliore, se mazèng ha poi assunto il significato di forte, robusto, deciso (ma anche quello di grossolano, marchiano).
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