Dialèktika

O devo chiamare la pittima?

Non serve andare fino a Genova: di «pitime» e «pitimi» ne abbiamo anche Brescia. Ma chi è mai questa «pittima»?
La pittima, nella tradizione veneziana e genovese, vestiva di rosso - Foto Unsplash
La pittima, nella tradizione veneziana e genovese, vestiva di rosso - Foto Unsplash
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Cosa ghe possu ghe possu fâ / Se nu gh’ò ë brasse pe fâ u mainä: così inizia «Â pittima», nota canzone di Fabrizio de André («Creuza de mä», 1984).

«Ma ragazzi, non occorre andare fino a Genova! Di “pitime” (ma anche di “pitimi”) ne abbiamo anche Brescia! E non pochi!» Ma chi è mai questa «pittima»?

In bresciano il termine oggi indica, com’è noto, il soggetto fastidioso, petulante, spesso importuno; talvolta definisce anche la persona schifiltosa, viziata, schizzinosa, soprattutto a tavola; anticamente, e ancora nell’Ottocento, indicava piuttosto chi è morbosamente attaccato al denaro, un avaraccio insomma.

A pitima si alternano talvolta anche petenfia, schintimilia e tintimilgia (o tintiminia) con lievi sfumature di significato. Ancora una volta il termine ci arriva dal greco, anche se non direttamente, ma attraverso le parlate venete.

A Venezia (così come a Genova) chi vantava un credito e non riusciva a riscuoterlo, chiamava la pittima; questa – che secondo la tradizione vestiva di un rosso smagliante per essere ben visibile – prendeva a tampinare il debitore, a stargli dietro giorno e notte, chiedendogli, pubblicamente e ad alta voce, di onorare il suo debito. Insomma, lo prendeva per sfinimento. Verità o leggenda? Chissà…

Il termine greco che ha generato la pitima è epíthema, che letteralmente vuol dire «messo sopra» ed indicava l’impiastro, ovvero l’applicazione sulla pelle, per scopo terapeutico, di sostanze, perlopiù di origine vegetale e solitamente ben calde. Un impiastro? Sì, en empiàster: che, a ben vedere, in bresciano è quasi un mezzo sinonimo maschile di pitima. E il cerchio si chiude.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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