Me ve ados en cringiamento!

Non so se l’abitudine sempre più diffusa di lardellare le nostre conversazioni con termini ed espressioni della lingua inglese sia un vezzo, un vizio o una necessità; ma non è questa la sede per approfondire. Converso con un giovanissimo vicino di casa – Gen Alpha. Ad un certo punto sorride e mi dice che si sente cringe. Da vecchio boomer, prima mi faccio spiegare e poi vado a vedere: il filosofo Tonino Grifferio parla di «vergogna vicaria».
Insomma, si è cringiati quando si prova un empatico imbarazzo per il nostro interlocutore, che – a nostro giudizio – l’ha sparata grossa o che ha assunto un comportamento inadeguato; ed è un imbarazzo che perlopiù ha radici nella distanza generazionale. Mi sono chiesto: «Come si potrebbe rendere cringe in bresciano?»; il sentire che esprime è infatti universale (non davano anche noi del matusa ai nostri padri?).
Di primo acchito credo che il bresciano, lingua spiccia, ricorrerebbe all’invito diretto: Desmet de dì föra ferlocade! Oppure Che set dré a fà sö amó? L’effetto sarebbe raggiunto, ma la sfumatura intima ed empatica del cringe sbiadirebbe non poco. Se il dialetto fosse sensibile al vezzo anglofilo quanto l’italiano, potremmo risolverla con un bel: Te me fet vegner en cringiamento! O anche: So ché töt encringiat! Ma il dialetto è poco portato ad accogliere, se non marginalmente, prestiti dalle lingue straniere.
Come fare? Pensa che ti ripensa, senza metterla giù troppo dura, ho concluso che, l’espressione più aderente all’anglofilo neologismo sarebbe: «Gh’o enfinamai rispet per te!». Per me calza alla perfezione; voi che ne dite? That’s all folks!
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