Liber de tegner lé a manì söl cumunsì

Livre de chevet è la sintetica espressione francese che in dialetto, meno sinteticamente, potremmo bellamente tradurre con liber de tegner semper lé a manì söl cumunsì; insomma, un libro da avere sempre a portata di mano, sul comodino, da consultare alla bisogna per trarne occasioni di riflessione o semplicemente da sfogliare per curiosità:
«Che mi consigli di leggere – mi chiede un amico – per approfondire le mie conoscenze sul dialetto?». Non ci ho pensato su due volte: «Adotta un bel dizionario del dialetto bresciano e fanne il tuo livre de chevet». Il dialetto bresciano è ricco di dizionari; nel corso degli anni ne sono stati pubblicati una cinquantina. Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le necessità: antichi e recenti, completi o settoriali, genericamente bresciani o legati a varietà locali.
Ovviamente non tutti sono di ugual valore; alcuni hanno spessore scientifico, altri sono frutto di ricerche amatoriali. E tuttavia sono tutti ugualmente preziosi: costituiscono infatti un importante deposito di informazioni e di conoscenze.
Quale adottare dunque come liber de cumunsì? Lascio ai lettori il compito di scoprire i lavori più recenti – ce ne sono di notevoli – e mi limito a citare alcuni «classici»: primo in assoluto il cosiddetto Vocabolario dei Seminaristi, il più antico (1759), la cui lettura è ogni volta un viaggio ricco di affascinanti scoperte e di avventure culturali. Poi il più austero Melchiori (1817), riedito più volte anche dal Giornale di Brescia. Infine – una sorpresa continua – il Vocabolario Bresciano-Italiano delle sole voci che si scostano fra loro di Gabriele Rosa (1878).
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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