Dialèktika

Le voci del dialetto

Anche il dialetto bresciano ha le sue onomatopee, vocaboli che si raccontano attraverso i suoni di cui son fatti: onomatopeici, appunto
I suoni linguistici riproducono la natura, anche in dialetto - Foto/Pexels
I suoni linguistici riproducono la natura, anche in dialetto - Foto/Pexels
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Ipallage, metonimia, sineddoche… quando si incontrano vocaboli strani come questi o sono medicinali (Bastakolmàl, Sucolmoràl, Vialdulùr ecc.) o sono figure retoriche!

L’onomatopea è appunto una di queste; ce la ritroviamo quando la lingua «canta» e riproduce i suoni della vita (o almeno ci prova): di tutto quel cupo tumulto / di tutta quell’aspra bufera... (G. Pascoli, La mia sera); a nessuno sfugge che quell’affollarsi di suoni «aspri e cupi» vuol proprio riprodurre il paesaggio fonico – la voce – del temporale. E che dire del breve gre gre di ranelle?

Anche il bresciano naturalmente ha le sue onomatopee, i vocaboli che si raccontano attraverso i suoni di cui son fatti: suoni battuti e ribattuti, sapientemente accostati, alternati, dosati; suoni onomatopeici appunto.

Tuntugnà: pare di averlo sotto gli occhi el nono cheel bruntula e el desmet mia de rangagnà (altro vocabolo interessante); e che dire di cochezà (balbettare)?

In Valsabbia gnegna, tra l’altro, significa anche «tiritera, cantilena, inflessione»; e l’ossessivo martellante autoreplicarsi del suono ö in törölölö non è forse la rappresentazione «in viva voce» della monocorde povertà di pensiero di chi viene bollato con questo epiteto?

Cioch (nel senso di rumore), scainà, s-ciopà, scarcaià riproducono quasi quel che vogliono significare.

Naturalmente tra l’onomatopea e la situazione rappresentata vi è spesso uno spazio di soggettività; ma a volte invece l’effetto è immediato: provate solo a pronunciare con una certa espressività la parola gnec davanti a uno specchio e capirete immediatamente quel che il vocabolo vuol significare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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