L’armonia vocalica parziale regressiva

All’anagrafe era Francesco; per gli amici Cesco; per la sua mamma Cischì. Non so se avete notato che, nel passaggio dalla cerchia degli amici all’intimità della famiglia, la «e» di Cesco è diventata «i»: Cischì. Che è mai questa stranezza?
Si tratta di un fenomeno particolare che, se non fosse che la parola armonia ci ricorda più una sala da concerti che un ambulatorio medico, parrebbe il nome di una malattia: armonia vocalica parziale regressiva. Spesso dimentichiamo che gli atomi di una lingua non sono le parole, ma i suoni; e la fonetica studia i suoni di una lingua.
Il dialetto presenta appunto questo particolarissimo fenomeno fonetico (che l’italiano di fatto non conosce). Vediamo qualche esempio: in bresciano ci sono casi in cui, quando aggiungiamo un pezzettino, una desinenza (che magari comporta lo spostamento dell’accento) la parola cambia fisionomia.
Penèl rimpicciolendosi diventa pinilì e ingrandendosi pinilù (la «e» diventa «i»); ombrèla si trasforma in umbrilìna (la «o» diventa «u»); pötèl farà pütilì (da «ö» si passa ad «ü»). Il gioco può continuare all’infinito: póra/purùs, berèta/biritìna, pél/pilùs, cafè/cafinì, frèsa/frisùs. Quando c’è di mezzo la “a” invece, nulla cambia; la “a” rimane sempre sè stessa: canal/canalì, barba/barbùs, car/caratì. In certe lingue l’armonia vocalica è il pane quotidiano; il nostro dialetto ne fa un uso moderato e il fenomeno lo incontriamo qua e là, quasi… de sfrüs. E tuttavia c’è e ne connota, almeno in parte, la dolcissima fonologica fisionomia.
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