«Ingénuo chi? Chèl lé? Sé, ciào. Ma quàl ingénuo: chèl lé l’è aràt e erpegàt…». Le espressioni che usiamo raccontano chi siamo, dicono di quale esperienze è tessuta la cultura che ci esprime. Fino a poche generazioni fa non era inusuale prendere esempi e metafore dalla vita contadina.
E così dire di un tizio che è «arato e erpicato» significa sottolineare che ha la sua bella esperienza del mondo, che sa il fatto suo, e che alla bisogna sa cavarsi d’impaccio. L’aratro (el piò per i nostri nonni, secondo una tradizione che risale addirittura ai Longobardi) e l’erpice (l’érpec) erano i protagonisti indiscussi del novembre nei campi. Assieme al tròll, il rullo di pietra col quale dopo la semina si trollava il campo arato tirandolo liscio come un tavolo da biliardo.
Quest’autunno, a dire il vero, la siccità ha un po’ limitato il fascino fertile che normalmente regala il guardare nei campi la terra scura rivoltata dal vomere. Terra nera e umida, terra madre. La zolla di terra dai nostri nonni poteva esser chiamata plòc (come in Canossi che recita: «Tùrna de le tò bànde a voltà i tò plòc»). Altrove (in alcune aree della Camunia, ad esempio) il plòc in realtà è il masso.
La zolla di terra, inoltre, può esser detta in mille modi oggi dimenticati: gazù, lòta, topa, chìdol. I vocabolari bresciani più arcaici traducono il dialettale gazù con l’italiano «gleba» (la «glaeba», appunto, era la zolla di terra per i romani). Della gleba un tempo eravamo servi. Nessuna nostalgia. Ma forse poi abbiamo esagerato, pensando che toccasse alla gleba - alla terra - esser serva nostra. E così oggi è la terra che si rivolta, contro di noi.



