Gh’ è scapada la sïèta!

Il proverbio in questione è uno di quelli che meglio testimoniano la straordinaria capacità del dialetto di filosofeggiare ricorrendo alla sola concreta quotidiana esperienza. Innanzitutto, il significato letterale: ozelà riassume le arti di catturare gli uccelli con richiami, trappole, reti ecc.; la sïèta è la civetta, Athene noctua, l’uccello sacro a Pallade Atena.
Un tempo, e da epoca immemorabile, anche da noi era diffusa la caccia con la civetta (non c’è spazio qui per spiegare come avveniva, ma era pratica interessantissima; rimando chi vuole saperne di più alla lettura del poemetto didascalico pubblicato nel 1799 dal toscano Filippo Pananti: una piccola perla). Ovviamente la civetta, usata come richiamo, era il centro della pratica di uccellagione. In senso metaforico, dunque, affermare che söl piö bel de ozelà, gh’è scapada la sïèta sta ad indicare tutte quelle situazioni della vita in cui, alla fine di un lungo, e magari complesso, percorso di preparazione, al momento di coronare il progetto, per un improvviso e imprevisto contrattempo... scapa la sïèta: non se ne fa nulla, tutto da rifare, tutto daccapo.
Nella vita di paese, il caso principe cui l’adagio s’adattava perfettamente era quello del povero fidanzato abbandonato dalla promessa sposa (fuggita magari con l’ex!), proprio nell’imminenza del matrimonio: söl piö bel de ozelà, gh’è scapada la sïèta! Il massimo dell’effetto poi, vista la somiglianza dei vocaboli, lo si otteneva se la fidanzata faceva di nome Lucia, il cui diminutivo è appunto Cïèta: söl piö bel de ozelà, gh’è scapada…la Cïèta! Grande dialetto!
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