L’irrisolvibile questione: come si scrive «tortaruolo»?

Che mettere il dialetto per iscritto sia un problema non è certo una novità: (…) è composto di parole così eteroclite, così bisbetiche, così salvatiche che l’alfabeto della lingua non ha i segni per indicarne il suono (Promessi sposi, XII). L’osservazione di Manzoni si riferiva al milanese, ma vale per tutti i dialetti.
La questione però – ci perdoni don Lisander – andrebbe posta in altro modo: non è che i suoni di una lingua (o di un dialetto) siano più bisbetici e selvatici di quelli di un’altra; il problema è l’assenza di un sistema di scrittura universalmente condiviso.
Chi si accinge a scrivere in dialetto di primo acchito applica le regole che più gli sono familiari, tanto da sembrargli «naturali»; per noi quelle della lingua italiana. Le quali regole in parte funzionano anche per il bresciano; viene però il momento in cui i conti non tornano e la lingua (l’italiano) non ha i segni per indicare il suono (del dialetto). Si cercano allora le possibili soluzioni. I dizionari più antichi, ad esempio, per riprodurre certi suoni si rivolgevano, seppur con molta libertà, al francese; successivamente è risultato più funzionale «imitare» il tedesco; così il muro un tempo si scriveva múr, poi mur e infine mür; il fuoco da fùc è passato a foech e infine a föc o föch.
E le questioni sono davvero tante: casa in bresciano lo leggiamo con la s di sole o con quella di rosa? Spago fa spac, spach o spag (o spak)? E potremmo continuare. Alcune situazioni sono problematiche; altre sono – o almeno sarebbero! – risolvibili; ma poi, come si suol dire, tot capita tot sententiae… pardon: tacc có, tate crape.
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@Domenica
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