Gavàrda, pàla o bernàs… chel che cünta l’è mia scotàs!

Casa di riposo Battista Bertella, Sabbio Chiese; novembre: fa buio sempre più presto, ma le giornate sono lunghe e se sa mia come fà a fà vegner sera. Parte la discussione: «Te come ghe dizet en dialèt… insomma, come si chiama la paletta che si usa per la cenere del camino?» E subito spuntano ben tre... scuole di pensiero.
La prima soluzione, quella più diretta, è pàla. È noto il proverbio el mòi el töl la pala: le molle (del fuoco) s’accompagnano alla paletta, ovvero «Dio li fa e poi li accoppia». Seconda ipotesi: bernàs; l’etimologia per alcuni rimanda al latino pruna, brace, carbone ardente, e forse anche al greco pýr, fuoco, calore (si pensi agli antipiretici, ma si ricordi anche burnìs, la cenere calda che ancora conserva la brace). Terza possibilità: gavàrd/a, sì, proprio come il nome del paese di Gavardo, noto un tempo per la produzione dell’attrezzo in questione (nel dialetto cremonese si trova ancora gavarò, con identico significato, e gavardada per palettata).
Infine, a Bagolino è attestato anche il termine gaàne. E el mòi? Il compagno della paletta? Precisiamo innanzitutto che è presente con identica frequenza anche la voce mòia, al femminile. Mòi però – così come già pàla – lo ritroviamo anche nella saggezza popolare: si dice che l’amore è cieco; e in bresciano abbiamo l’adagio: El voi, el voi apò se el gh’a le gambe compagn del moi, ovvero: lo voglio, lo voglio anche se ha le gambe arcuate come le molle del fuoco. L’affermazione la si attribuisce alle ragazze che, accecate dall’amore, soprassiedono alle eventuali imperfezioni fisiche del proprio innamorato. E va bene così.
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