Ecco come declinare il galateo alla bresciana

Ancora vogliono esser le parole, il più che si può, appropriate a quello che altri vuol dimostrare (…) in maniera tale che le cose istesse si rechino in mezzo, e che elle si mostrino non con le parole, ma con esso il dito (Giovanni Della Casa, Galateo ovvero de’ costumi, XXII,109). Mi par già di sentire le reazioni: «Ehi, Galvagni, ti sei beccato un colpo di sole o hai sbagliato a prendere le pastiglie? Oggi vai sul difficile! Che s’entenderèsel de dì el Galateo?».
Ma no! Monsignor Della Casa ci ricorda semplicemente che è opportuno che le parole seguano naturalmente le cose e che l’espressione evochi il contenuto. In dialetto spesso questo risultato lo si ottiene (anche) con i vocaboli che portano nella forma, nei loro stessi suoni – chi gh’a stüdiat el dizeres «nel loro significante» – l’essenza foneticamente distillata di quello che ci vogliono dire.
Veniamo al concreto. Scainà: non è quasi la riproduzione stessa del fastidioso rumore che indica? E ciasà? Certo: «urlare, far baccano»; ma vuoi mettere il nostro ciasà? E che dire dello sgrizulì, che pare di sentirlo correre lungo la schiena al solo pronunciare il vocabolo? E scarcaià, l’atto di schiarirsi la gola? E sbödözà, quell’affannarsi un po’ curioso e un po’ interessato? Le «foglie» che avvolgono la pannocchia del granturco (le brattee); però scarfòi è tutt’altra faccenda: al solo pronunciare la parola, sembra di sentirne – come direbbe Pascoli – la voce «strepitosa». Certo, ogni lingua ha le sue «parole giuste», non c’è dubbio, ma il bresciano – come direbbe Monsignor Della Casa – è in polpozìscion.
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