Un tempo, quando si lasciava un lavoro a metà o per definire qualcosa che non fosse né carne né pesce, il bresciano ricorreva all’espressione a meza vigogna. Per risalire all’origine di questo modo di dire dobbiamo addirittura sorvolare l’Atlantico e prendere terra nell’Impero degli Inca. Qual è il senso dell’espressione? Com’è noto, la vigogna (in lingua quechua vikuña o haikuña) è un simpatico animaletto – un camelide artiodattilo, per essere esatti – che vive appunto sull’Altopiano andino e che dà una lana molto pregiata. Ovviamente la portarono in Europa i conquistadores spagnoli. La lana di vigogna, rara e costosissima, veniva frequentemente «allungata» con la più economica lana di pecora, ottenendo così un prodotto di minor qualità, a meza vigogna appunto.
Bisogna riconoscere che l’espressione non è solo ed esclusivamente bresciana; come spesso accade, ci è arrivata attraverso le parlate venete – la si legge anche in Goldoni –, ma, comunque sia, è ben brescianizzata e di uso corrente anche da noi. Ci piace portare a spasso il nostro dialetto tra le lingue straniere, soprattutto tra quelle della vecchia Europa; in questo caso però il bresciano è andato ben oltre quei quattro pur interessanti vocaboli che lo avvicinano ora al francese (…a proposito: in francese «nocciola» – la nösöla – è noisette e non noiset, come per errore ho scritto domenica scorsa), ora al tedesco, ora allo spagnolo; questa volta il bresciano ha voluto strafare, arrivando nientemeno che nel cuore di Tahuantinsuyo, l’Impero degli Inca, volando, tanto per fare il verso a De Amicis, «dalle Prealpi alle Ande».




