Bisogna salvare la fonodiversità

Marcello Mastroianni, grande estimatore dell’Ungheria, innamorato della sua capitale, in un’intervista del 1989 ebbe però a dire: «L’unica cosa ostica e difficile in Ungheria è la lingua, e devo dire che non è neanche bella, almeno al nostro orecchio». (Il commento caustico di un mio amico fu: «Non è mai stato a Lumezzane!»). Ah, ma allora siamo ancora ai pregiudizi e al «bullismo linguistico»! Davvero si pensa che esistano lingue belle e lingue brutte? Ma no! Le lingue sono come le mamme: tutte belle! Il problema semmai nasce quando si pensa che «la mia mamma/lingua è più bella della tua».
Ogni lingua possiede la sua musicalità; ogni lingua è un canto, una melopea che testimonia come l’umanità, nel corso dei millenni, abbia interpretato il mondo, prima ancora che attraverso il pensiero, attraverso i suoni, che sono il materiale primigenio del linguaggio umano, la sua componente più intima, profonda e primordiale. Il principio ha valore universale; noi riferiamolo al nostro dialetto.
La provincia di Brescia è molto estesa; così il bresciano di Cedegolo è sensibilmente diverso da quello di Fiesse; tra la parlata di Rudiano e quella di Bagolino corre una certa differenza. E la si avverte in primis nei suoni, nel «canto». Caetano Veloso, genio musicale del Brasile contemporaneo, in una delle sue canzoni più belle, Sampa (1978), ci ricorda che a Narciso pare brutto tutto ciò che non è specchio. Ah, ecco il problema! Ciò che avvertiamo diverso da noi! E invece dobbiamo considerare tutte le varietà del nostro dialetto una ricchezza: valorizziamola, tuteliamola questa nostra bella preziosa fonodiversità!
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