Dialèktika

Bari, bifolchi e bimbi di ritorno

Molto denso il capitolo «b» degli appellativi irriverenti in dialetto bresciano
«Bambo» in dialetto bresciano vuol dire anche «poco sveglio»
«Bambo» in dialetto bresciano vuol dire anche «poco sveglio»

«Té, bàmbo...». L’appellativo parte come una schioppettata e anche chi non è bresciano da mille generazioni capisce subito che non deve trattarsi di un gran complimento. Il termine bàmbo indica chi ha facoltà mentali indebolite. Per momentaneo impedimento (una sveglia precoce, i postumi di una sbornia...) o magari per l’accumularsi degli anni. È infatti parente stretto di rimbambìt che - proprio come il corrispettivo italiano - evoca un «ritornare bambini». E perdere così la solidità affidabile dell’adulto.

Il capitolo «b» degli appellativi irriverenti in dialetto bresciano è particolrmente denso. Nella mia memoria rimbalzano babào, baciuchì (un piccolo baciòc incostante e inaffidabile), balànder, balènc, barbài, barù (baro e mentitore), bergnìf, bindù (talvolta anche sbindù), biólc (contadino, la biólca è un’unità di misura agraria calibrata su quanto una coppia di buoi potesse arare e «bubulcus» per i latini era il conduttore di buoi), , boàsa (la «torta» bovina), böba (l’upupa, evidentemente abbinata nei luoghi comuni dialettali a una qualche forma di stupidità, eppur magistralmente cantata dall’intensa poesia di Franca Grisoni) e bóciaplòc (forse chi camminando inciampa nei sassi della strada).

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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