Bari, bifolchi e bimbi di ritorno

«Té, bàmbo...». L’appellativo parte come una schioppettata e anche chi non è bresciano da mille generazioni capisce subito che non deve trattarsi di un gran complimento. Il termine bàmbo indica chi ha facoltà mentali indebolite. Per momentaneo impedimento (una sveglia precoce, i postumi di una sbornia...) o magari per l’accumularsi degli anni. È infatti parente stretto di rimbambìt che - proprio come il corrispettivo italiano - evoca un «ritornare bambini». E perdere così la solidità affidabile dell’adulto.
Il capitolo «b» degli appellativi irriverenti in dialetto bresciano è particolrmente denso. Nella mia memoria rimbalzano babào, baciuchì (un piccolo baciòc incostante e inaffidabile), balànder, balènc, barbài, barù (baro e mentitore), bergnìf, bindù (talvolta anche sbindù), biólc (contadino, la biólca è un’unità di misura agraria calibrata su quanto una coppia di buoi potesse arare e «bubulcus» per i latini era il conduttore di buoi), bò, boàsa (la «torta» bovina), böba (l’upupa, evidentemente abbinata nei luoghi comuni dialettali a una qualche forma di stupidità, eppur magistralmente cantata dall’intensa poesia di Franca Grisoni) e bóciaplòc (forse chi camminando inciampa nei sassi della strada).
E domenica scorsa - occupandomi degli improperi che iniziano con la «a» - ero inciampato io in un errore: avevo ricordato andalù avvicinandolo all’aggettivo italiano «andaluso». Tanti lettori mi hanno fatto presente invece che Andalù era il nome dell’assistente di colore del conduttore del programma «L’amico degli animali» andato in onda dal 1956 al 1964. Hanno ragione. E io ho imparato qualcosa anche stavolta.
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