A don Abbondio piacevano le castagne?

Autunno, tempo di castagne... e di marroni. Vi siete mai chiesti perché, quando siamo colti sull’atto di commettere qualcosa che non va, ci sentiamo dire: «Te gh’et fat marù»? È un’espressione – bisogna pur riconoscerlo – non solamente bresciana; in cambio fà marù può vantare esempi letterari illustri: «Dite pure che son io che ho fatto un marrone, per la troppa pressa, per troppo cuore: gettate tutta la colpa addosso a me»; così si esprime don Abbondio ancora nell’edizione dei Promessi sposi del 1827. Notiamo tuttavia che, se in questo caso il signor curato si limita a riconoscere di aver commesso un errore, nel nostro dialetto fà marù va oltre e assume una sfumatura particolare e tutta bresciana; infatti, non significa solo «ho commesso un errore», ma soprattutto «sono stato scoperto, mi hanno colto in flagrante».
Questa particolarità è confermata anche dall’accezione che il termine assume nell’espressione, in uso in area camuna, gh’è saltat föra töt el marù: è venuto alla luce qualcosa che si voleva rimanesse nascosto. Sulle origini del marù gli etimologisti non sono d’accordo: c’è chi rimanda al francone, antica lingua germanica, dove troviamo la radice *marrjan, da cui deriva anche smarrirsi (ed in effetti chi fà marù ed è colto in fallo un certo senso di smarrimento lo prova). Per altri ci si dovrebbe invece rivolgere al latino medievale *marro, che starebbe per errore; e anche questa parrebbe funzionare.
Sembra invece che il gustosissimo frutto autunnale non c’entri per nulla. Ma noi ci fermiamo qui: agli specialisti – quelli veri – il compito di... smarronarsi attorno alla questione.
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