Cultura

Dante Ferretti: «C’è voluto tempo per capire com’era Pasolini»

Francesco Mannoni
Lo scenografo e costumista vincitore di 3 premi Oscar, racconta il suo lavoro col regista di «Salò», «Il Decameron» e «Medea»
Pier Paolo Pasolini e Dante Ferretti
Pier Paolo Pasolini e Dante Ferretti
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«Pier Paolo Pasolini non era un uomo cordiale, sceglieva lui a chi dare confidenza. Si ricordava tutto, aveva una memoria di ferro. Era calmo e non perdeva mai il controllo: nei dodici anni in cui ho lavorato con lui non mi è mai capitato di sentirlo recriminare qualcosa o offendere qualcuno».

Cinquant’anni

A cinquant’anni dalla tragica morte dello scrittore, poeta e regista (Bologna, 1922 - Ostia 1975) a cui ha dedicato una traccia anche la recente prova scritta dell’esame di maturità, lo ricorda lo scenografo e costumista di fama internazionale Dante Ferretti, celebre per le sue numerose collaborazioni hollywoodiane, vincitore di tre premi Oscar, numerosi David di Donatello e Nastri d’Argento, assieme alla moglie e collaboratrice Francesca Lo Schiavo. Oltre che con Pasolini, Ferretti ha lavorato tra gli altri anche con Fellini, Camerini, Petri, Bellocchio, Cavani, Minghella, Scorsese, Branagh.

A lui il Vittoriale di Gardone Riviera dedica la mostra «E la nave va», che sarà inaugurata domenica 29 giugno alle 15.30 in occasione del festival «Garda. Un lago in festa» che si protrarrà ad ingresso gratuito per tutta la giornata. Ne «La bellezza imperfetta. Io e Pasolini» (a cura di David Miliozzi, ed. Pendragon, 160 pp., 18 euro), Ferretti rievoca i dodici anni di lavoro e gli otto film con il regista. Lo abbiamo intervistato.

Maestro, che cosa l’ha colpita principalmente del modo di operare di Pasolini e del suo raccontare storie antiche facendole sembrare moderne?

Pasolini era tutto sacro e magico, oltre il tempo. Questo era il suo modo di operare, di andare avanti. Sentiva i cambiamenti irreversibili prodotti dalla televisione e in generale dal consumismo che consiste in un vero e proprio cataclisma antropologico. La grandezza di Pasolini sta soprattutto nella sua immensa autenticità, nella sua onestà intellettuale, nel suo estremo coraggio. Era un artista completo, che amava il proprio lavoro.

Ritiene che Pasolini avesse capito il nostro tempo?

Penso proprio di sì. Per lui le cose essenziali della vita riguardavano ogni specifico film che stavamo preparando. E la morte in lui era sempre presente, soprattutto quando girò «Salò». Forse ebbe una specie di premonizione di ciò che poi gli sarebbe successo. La creatività di Pier Paolo non aveva limiti: amava girare dal vero, non gli piaceva il teatro di posa e adorava i tableaux vivants, vere e proprie messe in scena di quadri. L’immaginario de «Il Decameron» è pieno di riferimenti pittorici: Giotto, Paolo Uccello e la pittura quattrocentesca, oltre all’attenzione per il dettaglio della pittura olandese.

Lei descrive Pasolini come una lince, Fellini come un micione domestico: ma sempre due felini erano...

Entrambi avevano delle unghie molte affilate e l’importante era evitare che graffiassero, perché l’ingegno sviluppava in loro reazioni impensabili, ed erano capaci di artigliare per davvero. E potevano lasciare anche il segno...

In che misura Pasolini amava il realismo e odiava il naturalismo?

A lui interessavano di più certe cose e le preferiva ad altre. Non sopportava più il tanto declamato senso del pudore e odiava la censura. Era la critica più assoluta di quello che era l’Italia in generale in quel periodo, in cui non c’era rispetto per nessuno. Nei film ha raccontato che cos’era il suo pensiero. Ma col tempo gli attacchi nei suoi confronti diventarono esasperanti.

Girando «Medea», Maria Callas, si era innamorata di Pasolini?

La Callas era molto toccata da Pier Paolo, e anche lui lo era da lei, benché avessero delle idee diverse su molte cose. Pier Paolo era innamorato di Maria Callas per quello che era e che rappresentava; Maria Callas era innamorata di Pasolini per lo stesso motivo. Stavano molto insieme, hanno passato bellissimi giorni al mare, ma altro non so e non posso dire. Mi piacerebbe pensare estasi meravigliose. Ma sarebbero solo fantasie.

Pasolini con Maria Callas
Pasolini con Maria Callas

Perché ha scritto che con Pasolini siamo arrivati tutti in ritardo a capirlo e ad amarlo?

C’è voluto tempo per capire com’era. All’inizio è stato accusato di tante cose, poi tante verità sono venute a galla e la sua personalità è stata ampiamente riscattata. È stato vittima della violenza ma anche di una certa avversione politica.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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