Crapis: «È la tv a dettare le regole ai politici»

C’erano una volta le compassate tribune politiche televisive. Siamo poi passati alla «politica-spettacolo», quindi allo «spettacolo della politica» e ora alla «politica pop». Trasformazioni del costume e dei format, raccontate da Giandomenico Crapis nel libro «La democrazia non è un talkshow» (Baldini+Castoldi, 480 pp., 22 euro), un corposo «saggio storico sulla televisione italiana» che alla rievocazione dei programmi più significativi unisce una capillare ricostruzione dei rapporti intercorsi tra potere politico e piccolo schermo.
L’autore, storico della tv e commentatore del «Fatto Quotidiano», lo presenterà a Brescia questa sera alle 18.30 nella libreria Nuova Libreria Rinascita in via della Posta 7, discutendone con Thomas Bendinelli e Lorenzo Speranza. Ecco alcune anticipazioni.
Crapis, quali sono le peculiarità tutte italiane della nostra televisione?
Anzitutto il tratto pedagogico e popolare della prima televisione, che all’inizio fu anche uno straordinario strumento di aggregazione sociale. Poi, dai primi anni Duemila, il presenzialismo politico: i politici decidono di saltare tutti i corpi intermedi per rivolgersi direttamente dal video ai propri elettori. Una tendenza che ha per me due antecedenti illustri, il Celentano di «Fantastico 8» del 1987 e le esternazioni del presidente della Repubblica Francesco Cossiga nell’ultima parte del suo mandato.
Un’altra caratteristica singolare?
L’anomalia di tipo normativo che ha permesso il duopolio, cioè l’esistenza, accanto al servizio pubblico, di un solo imprenditore – Silvio Berlusconi – proprietario di più televisioni, un caso unico in Occidente. Il duopolio, nonostante il digitale e la moltiplicazione dei canali, persiste tuttora: due terzi dei nuovi canali fanno capo alle due grandi signorie televisive di Rai e Mediaset.
La portata innovativa del nuovo mezzo fu compresa lentamente…
Una certa cultura italiana era poco avvezza alle cose popolari, anche se di qualità. Quando andò in onda il seguitissimo «Atlas Ufo Robot», un deputato manifestò preoccupazione per l’influenza di Goldrake su «milioni e milioni di bambini italiani». Trasmissioni come «L’altra domenica» di Renzo Arbore, «Bontà loro» di Maurizio Costanzo, o l’esplosione dell’informazione in diretta seguita alla riforma del 1975, segnarono la televisione a venire, ma ci fu chi non se ne accorse. I secondi anni ’70, in particolare, furono ricchi di innovazione e qualità.
Quanto i politici hanno usato la televisione e quanto ne sono stati plasmati?
Fino a pochi decenni fa la politica metteva le mani sulla tv con la lottizzazione. A un certo punto la tv ha cominciato a dettare alla politica le regole. Ormai è il modello a cui la comunicazione politica fa riferimento: slogan brevi, selezione di contenuti «televisizzabili», leadership scelte secondo canoni televisivi… La tv ha reso la politica subalterna.
Dall’altro lato, quanto peso ha avuto la tv nell’avvento dell’antipolitica e del populismo?
Nel 2007, l’anno del primo «Vaffa Day» di Beppe Grillo, si diffonde per la prima volta la sensazione, espressa in diversi articoli e perfino dal presidente Napolitano, che sia eccessiva la presenza di politici sullo schermo. Annoto che fino al 2006 votava ancora più dell’80% dei cittadini; da allora in poi il calo è drammatico, un fenomeno parallelo alla presenza ossessiva dei politici in televisione.
Per il futuro cosa ci aspetta?
Per molti decenni, con alti e bassi e tra mille critiche, la televisione ha esercitato un’opera di modernizzazione del Paese e di crescita democratica. Da finestra sul mondo si è poi trasformata in una finestra sull’io narciso ed esibizionista, piena di storie personali che in qualche modo fanno da bussola agli spettatori in un’epoca di fine delle ideologie e delle certezze politiche. Il precario o il disoccupato che dalle piazze di Michele Santoro denunciava un problema sindacale o di vita quotidiana, oggi va da Maria De Filippi a parlare di sé. Dubito che questa involuzione aiuti la crescita di una comunità nazionale.
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