Colombo: «L’ordine liberale è crollato sotto il peso del suo successo»

Nicola Rocchi
La tesi del professor Alessandro Colombo, ospite mercoledì sera al Teatro Borsoni, analizzata nel libro «Il suicidio della pace»
Il professor Alessandro Colombo - Foto Ispi
Il professor Alessandro Colombo - Foto Ispi
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La proliferazione incontrollata dei conflitti, la crisi della diplomazia e delle regole fondamentali della convivenza internazionale a cui oggi assistiamo hanno le loro radici in una crisi più profonda, esplosa con il nuovo secolo: quella dell’ordine internazionale liberale consolidatosi alla fine della guerra fredda. È la tesi di Alessandro Colombo, che analizza questo declino nel libro «Il suicidio della pace. Perché l’ordine internazionale liberale ha fallito (1989-2024)» (Raffaello Cortina Editore, 352 pp., 25 euro). Abbiamo chiesto all’autore di anticipare i temi principali in vista dell’incontro al Teatro Borsoni di via Milano, in programma mercoledì 19 novembre alle 20.30.

Professor Colombo, perché l’ordine internazionale liberale ha «fallito»?

Quest’ordine, sorto all’indomani della fine della guerra fredda e dell’implosione dell’Urss, aveva un progetto molto ambizioso di rifondazione della convivenza internazionale. Essa avrebbe dovuto procedere sulla strada della pacificazione. Si pensava che il diritto internazionale sarebbe stato sempre più solido, che la globalizzazione avrebbe a poco a poco reso irrilevanti i conflitti culturali e politici. Tutto è andato esattamente al contrario. Questo castello di aspettative ha cominciato a franare una ventina d’anni fa e adesso è completamente collassato.

Parla di una «crisi del controllo». Cosa significa?

Negli anni ’90 ci eravamo convinti che i meccanismi di gestione delle crisi internazionali sarebbero diventati sempre più sofisticati. Assistiamo invece a una serie infinita di crisi e conflitti armati fuori controllo, che una volta scoppiati tendono a non finire mai: la dimostrazione eclatante della crisi della diplomazia e anche dei nostri strumenti cognitivi, perché se fatichiamo a controllare significa che fatichiamo anche a comprendere con le nostre categorie politiche e giuridiche.

Un uomo vicino al luogo di un'esplosione a Baghdad - Foto Ansa/Epa © www.giornaledibrescia.it
Un uomo vicino al luogo di un'esplosione a Baghdad - Foto Ansa/Epa © www.giornaledibrescia.it

Come si è arrivati a questo?

I due traumi originari sono il fallimento catastrofico della guerra in Iraq, tra il 2004 e il 2005, e lo shock della crisi finanziaria nel 2007-08. Credo che l’ordine internazionale liberale sia caduto vittima del suo successo. Negli anni ’90 gli Stati Uniti e i loro alleati, privi di competitori, non hanno tenuto conto delle preoccupazioni di tutti gli altri Paesi. C’era poi una contraddizione insostenibile: da un lato, quest’ordine era immerso in una cultura cosmopolitica e universalistica, dall’altro era discriminante perché fin dall’inizio ci siamo ritagliati molti più diritti rispetto a quelli che abbiamo riconosciuto agli altri.

È cresciuta così la contestazione del ruolo centrale dell’Occidente...

I Paesi associati nel gruppo dei Brics, molto divisi al proprio interno, sono uniti soltanto dalla contestazione della pretesa dei Paesi occidentali di restare ancora al vertice della piramide e di parlare a nome di tutti. Sono convinto che questa sarà la questione fondamentale del XXI secolo. Ma era già operante nel ventesimo. Siamo caduti vittime di una colossale amnesia nel trionfalismo del dopo guerra fredda: l’Occidente pensava di vivere il proprio trionfo, ma in realtà nel ’900 si era già profondamente indebolito.

Tra le conseguenze della crisi, vede anche una «rimilitarizzazione del linguaggio».

Parliamo molto diversamente rispetto a qualche anno fa. Usiamo continuamente la metafora della guerra. Le tracce più rappresentative di questa tendenza sono, inoltre, la caccia preoccupante e pericolosa al nemico interno, e la tentazione sempre più forte di dividere il mondo in due. Ma chi parla di «nuova guerra fredda» usa un’espressione che oggi non ha alcun senso.

Un militare dell'Isaf davanti a un edificio distrutto - Foto Ansa/Epa © www.giornaledibrescia.it
Un militare dell'Isaf davanti a un edificio distrutto - Foto Ansa/Epa © www.giornaledibrescia.it

Gaza è il simbolo più evidente del tramonto del diritto internazionale?

Gaza rappresenta il massacro del diritto internazionale umanitario. Violazioni spaventose avvengono anche altrove, ma la differenza sostanziale è nel fatto che quelle commesse da Israele a Gaza sono state tollerate. Nessuno penserebbe di invitare il capo delle milizie sudanesi che sta massacrando il suo popolo, mentre noi continuiamo a invitare i massacratori di Gaza.

In questo contesto, il declino dell’Europa è inesorabile?

Sono molto pessimista sull’Europa. Dobbiamo partire da quello che non ci piace vedere: l’Europa, che cento anni fa era il centro del mondo, oggi è un posto come gli altri. In questa condizione rischia di essere stritolata nella competizione globale, perché non sembra preparata a un gioco così duro come quello che si è andato profilando negli ultimi quattro o cinque anni. Questa è la realtà che ci sfida dal punto di vista politico e culturale.

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