«Stranger Things» ai saluti: il finale chiude il cerchio, ma divide

Dieci anni dopo quel lancio quasi «silenzioso» dell’estate 2016, «Stranger Things» ci saluta davvero. L’ultimo episodio è arrivato a Capodanno come un evento globale – in contemporanea, con orario fissato e persino alcune proiezioni in sala – e ha ricordato, per una sera, cosa significa vedere la stessa cosa nello stesso momento anche nell’epoca dello streaming, quando tutto sembra sempre disponibile ma raramente condiviso. È un dettaglio che conta, perché «Stranger Things» è stata anche questo: un raro punto di incontro tra generazioni diverse, tra spettatori cresciuti con Spielberg, Carpenter e King e ragazzi che degli anni Ottanta hanno conosciuto soprattutto l’estetica ricostruita.
Titolo simbolo
Che la serie dei fratelli Duffer abbia inciso sul modo in cui guardiamo le serie non è un’iperbole. È stata uno dei titoli-simbolo del binge-watching nella fase in cui Netflix spingeva sul rilascio «tutto e subito», trasformando la serialità in una maratona domestica e facendo della conversazione online – spoiler, teorie, meme, «stan culture» – un pezzo dell’esperienza. E, soprattutto, è stata uno dei prodotti che hanno aiutato Netflix a definire se stessa: non più piattaforma che distribuisce, ma studio che produce e lancia fenomeni.
Nei primi anni di espansione, la stessa società ha citato «Stranger Things» tra gli original capaci di sostenere la crescita degli abbonati; e negli anni successivi la serie è diventata un termometro della forza del marchio, con numeri di visione comunicati e rilanciati come prova di dominio culturale. La quarta stagione, in particolare, è rimasta a lungo un riferimento nei record interni di Netflix per ore viste; poi altri titoli l’hanno superata, a dimostrazione che l’industria si muove velocissima, ma anche che «Stranger Things» ha contribuito a costruire la pista su cui oggi corrono tutti.
Serie franchise
C’è poi la questione «nostalgia», spesso ridotta a etichetta e invece più complessa. «Stranger Things» non ha inventato il revival anni Ottanta e Novanta, ma lo ha reso un linguaggio pop globale, esportabile e replicabile. Ha preso un immaginario iperamericano (il sobborgo, la bici, la cantina, i centri commerciali, le luci al neon) e lo ha trasformato in un lessico condiviso, al punto che la serie è diventata un franchise riconoscibile anche al di fuori degli episodi: merchandising, esperienze immersive, teatro, collaborazioni, e un’idea di «lore» (ovvero di immaginario) digeribile dal grande pubblico. Ha fatto scuola anche nel modo di trattare la serialità come blockbuster, con episodi sempre più lunghi, set sempre più grandi, una grammatica da cinema d’azione e horror che ha alzato l’asticella produttiva (e, di riflesso, le aspettative).
Un film dentro la serie
Ed è proprio sulle aspettative che il finale ha giocato la partita più delicata. L’episodio conclusivo, «The Rightside Up», dura 2 ore e 5 minuti: una scelta programmatica, quasi una dichiarazione d’intenti. Non è il «capitolo» che chiude e basta, ma un film dentro la serie, che prova a dare peso e respiro all’ultima battaglia e ai saluti. Senza addentrarsi nei dettagli per evitare spoiler, il racconto porta i protagonisti verso uno scontro definitivo che mette al centro l’idea di squadra – la «party» da «Dungeons & Dragons», citazione non solo nostalgica ma strutturale – e affida la chiusura a un gesto che spinge la storia a interrogarsi su cosa significhi crescere quando la magia dell’infanzia non può più restare a Hawkins.
Ritorno alle origini
Il punto di forza più evidente sta nel modo in cui il finale torna alle origini. I Duffer hanno sempre avuto chiaro che la scena conclusiva dovesse riportare tutti dove tutto era cominciato: la cantina, i manuali, i dadi, l’aria da rito. Nelle loro parole, l’idea è quella di «chiudere la porta sull’infanzia», e la serie lo fa in maniera letterale e simbolica insieme, con un passaggio di testimone che richiama la prima stagione senza scimmiottarla. È un finale che, quando decide di restare piccolo, riesce a essere sorprendentemente efficace: la dimensione emotiva funziona, il richiamo al «gioco» come collante del gruppo si fa nodo alla gola e, per un attimo, Hawkins torna a essere quel luogo in cui l’avventura nasceva da una mappa disegnata a mano e non dall’ennesimo escalation cosmico.
Proprio questa sensibilità rende più evidente l’altra faccia: l’ambizione che deborda dal formato. L’episodio è lungo, come il resto della stagione, e la durata non è solo un dato tecnico: è una scelta di ritmo. In certi momenti l’energia si dilata, la narrazione alterna accelerazioni e soste, e il rischio è che la tensione si frantumi in blocchi: un po’ grande set-piece, un po’ dialoghi di spiegazione, un po’ saluti. È il prezzo del voler tenere insieme troppe esigenze contemporaneamente: chiudere archi, alzare lo spettacolo, dare spazio a un cast enorme, recuperare motivazioni, offrire il giusto tributo a chi segue da anni. Quando la scrittura deve continuamente “ripassare” e motivare, la trama sembra più meccanica, come se l’ultima stagione avvertisse il bisogno di dimostrare, scena dopo scena, di meritarsi il suo statuto di evento.
Un’ambiguità studiata
C’è poi la questione dei fili lasciati appesi. Anche qui la scelta è consapevole: alcune risposte arrivano, ma non tutto viene serrato con il lucchetto. I Duffer, nelle interviste post-finale, rivendicano una parte di ambiguità – soprattutto su uno snodo decisivo legato al destino di Eleven – spiegando che, se i ragazzi non possono sapere, allora anche il pubblico non può sapere e deve scegliere cosa credere. È un’idea coerente con le ispirazioni del progetto e con l’educazione sentimentale del gruppo, ma inevitabilmente divisiva per un pubblico abituato a chiedere certezze e “lore” chiusa, inventariata, spiegata. E non aiuta il fatto che il finale semini anche elementi che guardano già oltre: un oggetto misterioso e un accenno mitologico vengono esplicitamente collegati allo sviluppo di uno spinoff, che promette una mitologia completamente diversa. In altre parole: alcuni punti non sono solo lasciati aperti per poesia, ma per continuare l’universo.
Qui sta il contro più «industriale» del finale, che si intreccia con il suo senso narrativo. «Stranger Things» ha contribuito a costruire la Netflix dei grandi franchise; ora chiude con un episodio che, nella sua versione più spettacolare, sembra a tratti rispondere alla stessa logica: più grande, più lungo, più definitivo. E, come spesso accade quando una serie si trasforma in macchina da evento, cresce anche la distanza tra ciò che funzionava davvero all’inizio – l’equilibrio tra quotidiano e mistero, tra intimità e paura – e ciò che inevitabilmente diventa alla fine, quando il mondo deve essere salvato “una volta per tutte” e l’emozione deve reggere un apparato gigantesco.
Cerchio chiuso
Resta però un dato che il finale, con tutti i suoi eccessi, conferma: «Stranger Things» ha chiuso un cerchio e, nel farlo, ha raccontato anche il suo tempo. Iniziata come scommessa nostalgica di una piattaforma ancora in cerca di identità, è finita come appuntamento globale programmato al minuto. Ha trasformato una partita a «Dungeons & Dragons» in un emblema pop e, al momento di salutare, ha capito che la cosa più potente non era aggiungere un’ulteriore dimensione, ma tornare a quella cantina, a quei dadi, a quel gesto semplice che dice addio senza spiegare tutto. In un’epoca che tende a sovrascrivere e a rilanciare all’infinito, è forse lì che «Stranger Things» resta più credibile: quando smette di correre da una parte all’altra, tra Sottosopra e pianeti alieni e si ricorda perché ci aveva conquistato quasi tutti, dieci anni fa.
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