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Cultura e spettacoli

«Racconto in un film l'orto che cura e la vita oltre la malattia mentale»

In anteprima a Brescia «Ortorisorto», il documentario di Silvia Ghilardi sul progetto di salute mentale
Paolo Fossati
La regista e giornalista bresciana Silvia Ghilardi
La regista e giornalista bresciana Silvia Ghilardi

C’è un orto dove si possono scorgere sia primizie, che resurrezioni. Queste ultime sono magìe più rare, ma possibili, se coltivate con dedizione. Le ha sapute cogliere con la macchina da presa Silvia Ghilardi, avvicinandosi «in punta di piedi» all’orto terapeutico di Villa Zanardelli, a Nave. Così, ora, tante rinascite sono custodite nel documentario «Ortorisorto», prodotto da AlbatrosFilm, che sarà proiettato in prima assoluta questa domenica al Teatro San Giovanni (ore 17.30, contrada San Giovanni 12, Brescia, ingresso libero), nell’ambito delle iniziative organizzate dall’Associazione Marco Cavallo - Forum Salute Mentale.

Pazienti al lavoro sull’orto terapeutico di Villa Zanardelli  a Nave
Pazienti al lavoro sull’orto terapeutico di Villa Zanardelli a Nave

La regista e giornalista bresciana, già autrice del film «A Semiramide» (del 2023, co-diretto con Silvia Cascio), ha posato lo sguardo e teso l’orecchio con garbo e rispetto in direzione dei pazienti psichiatrici seguiti dai servizi di salute mentale dell’Asst Spedali Civili di Brescia che, due volte a settimana, svolgono l’attività di ortoterapia: una modalità di riabilitazione psicologica e sociale mediante la coltivazione di ortaggi e frutti. Tra chiacchiere, duro lavoro sfidando il meteo e risate, ci si (ri)conosce: ognuno racconta la propria storia con naturalezza, dall’esperienza del Trattamento Sanitario Obbligatorio all’assunzione di farmaci, fino al rapporto con la società, alla sensazione di perdita di identità sociale e alla solitudine. In contrappunto, le voci di operatori e psichiatri, tra i quali Antonio Vita, presidente della Società Italiana di Psichiatria e direttore del Dipartimento di Salute Mentale e delle Dipendenze dell’Asst Spedali Civili.

Intorno al progetto si è formata una rete di realtà sensibili, con finanziamenti da Bcc Brescia, Comunità Montana di Valle Trompia, Rotary Club Valtrompia e Camera del Lavoro, il patrocinio del Comune di Nave e della Comunità Montana, e il sostegno di Associazione Amici della Fondazione Civiltà Bresciana.

Ghilardi, cosa l’ha spinta a raccontare l’esperienza dell’orto terapeutico?

Una quindicina di anni fa ho sofferto di depressione maggiore, quindi sono stata curata al Centro Psico Sociale di Concesio, che fa capo al Dipartimento di Salute Mentale dell’Asst Spedali Civili, lo stesso dei protagonisti del film. Insomma, bazzicavo quegli ambienti, pur senza fare l’orto… Quando sono venuta a conoscenza di quell’attività ho sentito lo slancio di volerla documentare.

I pazienti, in molte scene, si confidano con immensa fiducia e trasporto. Come si è creato un clima così confidenziale?

Per quasi due anni ho frequentato l’orto senza filmare, solo per conoscere le persone e farmi conoscere, anche su suggerimento dei medici. Si è creata, così, un’intesa. Ovviamente, poi, in fase di ripresa ho inquadrato solo chi ha espresso un chiaro consenso nel partecipare al film.

Come sceneggiatrice - oltre che regista - ha dovuto affrontare dilemmi creativi o crucci?

All’inizio mi sono chiesta «perché» le persone avrebbero dovuto accettare di aprirsi di fronte ad una videocamera. A venirmi in soccorso è stata un’affermazione del dott. Vita: «Queste persone non aspettano altro che essere viste». Mi sono sentita sollevata, ho iniziato a filmare per dare ai protagonisti, con la visibilità conseguente al film, un’occasione di farsi conoscere appieno, oltre la connotazione di pazienti. Stare vicino a una persona ci fa vedere tutta la ricchezza di un individuo, non solo l’aspetto della sua malattia. Il tema della salute mentale, così, viene affrontato in modo più umano e soprattutto più sereno, scardinando pregiudizi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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