Mostra del Cinema di Venezia, Sorrentino: «Il mio film su amore e dubbio»

Il regista ha raccontato in conferenza stampa come l’ispirazione della storia sia nata dal «Decalogo» cinematografico di Kieslowski e dalla grazia che Mattarella ha concesso ad un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer
Enrico Danesi
Il regista Paolo Sorrentino con Anna Ferzetti e Toni Servillo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il regista Paolo Sorrentino con Anna Ferzetti e Toni Servillo - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Un film sulle «conseguenze dell’amore», a voler riprendere il titolo di uno dei lavori più intensi di Paolo Sorrentino, guarda caso anch’esso interpretato da Toni Servillo. Ma con dentro molto altro, perché c’entrano la grazia del titolo (con doppia valenza, giuridica e personale), l’esercizio del dubbio inscindibilmente legato alla responsabilità, i rapporti tra persone che sono rapporti di potere.

Era attesissimo «La grazia», circondato dal mistero che Sorrentino stesso aveva voluto assegnargli (facendo giusto circolare la laconica definizione: «È una storia d’amore»), e non ha deluso, in apertura alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia, molto applaudito da stampa e pubblico. Anche se i fan più accaniti lamenteranno forse l’assenza di «sorrentinate», che lasciano posto a uno svolgimento lineare, che evita ellissi narrative e sciorina una serie di gag divertenti, insieme a qualche reiterazione dissacrante e un diffuso buonumore che scaccia la malinconia di fondo.

Il film

«La grazia» (che sarà in sala dal 15 gennaio 2026) è una commedia agrodolce, ambientata nel presente, che racconta di un immaginario presidente della Repubblica, Mariano De Santis (Servillo): cattolico, (già) democristiano e vedovo, l’uomo vive al Quirinale con la figlia Dorotea (Anna Ferzetti, perfetta in parte), giurista come lui.

Con questi tratti viene facile pensare a Sergio Mattarella, ma qua e là ci sono dettagli che potrebbero richiamare pure Scalfaro. Ad ogni modo, il protagonista è a fine mandato, e si ritrova sul tavolo le domande di grazia di condannati per omicidio (curiosamente, due uxoricidi: un maschio e una femmina) e una legge sull’eutanasia da promulgare; tutto questo mentre pensa sempre più alla defunta e amatissima moglie, che si è portata nella tomba un segreto che lo assilla.

La Mostra internazionale del Cinema di Venezia - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La Mostra internazionale del Cinema di Venezia - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

In conferenza stampa, un Sorrentino rilassato ha svelato come l’ispirazione della storia sia il risultato della combinazione tra i dilemmi morali illustrati dallo straordinario «Decalogo» cinematografico di Kieslowski e «uno spunto di cronaca, ovvero il fatto – spiegava il regista Premio Oscar per “La grande bellezza” – che Mattarella concesse la grazia ad uomo che aveva ucciso la moglie malata d’Alzheimer. Un atteggiamento nei confronti della vita e di tutta una serie di valori che la politica dovrebbe sempre incarnare, e che mi ha davvero colpito».

Quindi ha proseguito: «L’esercizio del dubbio è una qualità poco frequentata in politica. La degenerazione del dubbio nella prima Repubblica si chiamava immobilismo, ma su temi come concedere una grazia a un omicida o firmare una legge sull’eutanasia l’esercizio del dubbio dovrebbe essere una conditio sine qua non. Oggi troppi uomini di potere esercitano esclusivamente certezze. Ma se una volta quelle certezze erano supportate da ideologie, oggi sono più che altro strampalate».

Quindi ha chiosato: «Mi auguro che il mio film possa riportare l’attenzione su un tema come quello dell’eutanasia, che – so di dire parole scontate – è fondamentale». Al settimo film con Sorrentino, Servillo ha spiegato di non essersi ispirato a «nessuno dei presidenti del passato o del presente». Per sottolineare infine che nella nuova esperienza col regista ha apprezzato tantissimo «la sua notevole capacità di rilanciare, di fare qualcosa di totalmente diverso rispetto a ciò che lo ha preceduto».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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